Category Archives: Pubblicazioni

(it) Marsiglia, Francia: Fiera del libro anarchico

https://foireanarchistemarseille.noblogs.org/files/2019/04/torre-poster.jpgMarsiglia, Francia: Fiera del libro anarchico

Ancora qui.
Ancora qui. A lanciarsi nell’avventura senza freni della pratica anarchica, in quel ciclone di idee libere proteso verso la tempesta dell’azione sregolata, del gioco senza premi da vincere, della vita senza mediazioni.
Ancora qui. Distanti e contro le ideologie che promuovono soggetti politici, contro gli occhiali offuscati dal cittadinismo, contro l’imposizione di una vita securitaria trasformata in abitudine e obbedienza.
Ancora qui. Malgrado i tentativi di recupero e di annientamento dell’idea di libertà. Malgrado il realismo, i moralismi e l’integrazione della logica di potere da parte dei suoi falsi critici, che mirano alla riforma del dominio piuttosto che alla sua distruzione.
Ancora qui. A persistere nella ricerca di sentieri per tessere complicità e combattere l’offensiva tecnologica che rinnova e approfondisce il dominio, per dedicarsi appassionatamente alla distruzione dell’oppressione e dello sfruttamento, per guardare al di là degli orizzonti di questo presente insipido.
Ancora qui. Anche se le dipendenze delle protesi tecnologiche cercano di distrarci dall’incessante annichilimento in corso della nostra sensibilità e della nostra immaginazione. Anche se le relazioni virtuali cercano di privarci della complicità e dell’umanità.
Ancora qui. A rivendicare con amore e fierezza le idee anarchiche, in un’epoca in cui integrazione e repressione vanno di pari passo, oscurando sempre più gli orizzonti di rivolta. Continue reading

(it) E’ uscito il settimo numero del giornale ecologista radicale “L’urlo della Terra”

http://www.resistenzealnanomondo.org/wp-content/uploads/2019/07/gettyimages-484402604-2048x2048.jpg

E’ uscito il settimo numero del giornale ecologista radicale “L’urlo della Terra”

In questo numero:

– Il Green New Deal e l’ecologismo di stato: la trappola della sostenibilità (Costantino Ragusa)
– I Paradossi delle politiche dell’identità (Silvia Guerini)
…O verso una civilizzazione post-umana? Conoscenza contro sapere, scienza contro mondo sensibile: progressione del disumano (André Gorz da L’immatèriel, editions le Galilée)
– Un resoconto equilibrato del mondo: uno sguardo critico alla visione del mondo scientifico (Wolfi Landstreicher)
– Il corpo di genere nello specchio delle nuove tecnologie (Game Over _ για τη διάσωση της αμήχανης σκέψης)
– Sabotiamo il mondo macchina della rete 5G e della smart city (Collettivo Resistenze al Nanomondo)
– Dal collettivo di Grenoble Anti Linky e da Pièces et Main d’Oeuvre
– Stralci dal libro “Meccanici i miei occhi. Nati in laboratorio. Dall’utero in affitto alla manipolazione genetica”.

Continue reading

(it) E’ uscito il numero 9 della rivista anarchica “i giorni e le notti”

E’ uscito il numero 9 della rivista anarchica “i giorni e le notti”

E’ uscito il numero 9 della rivista anarchica “i giorni e le notti”.
Le perquisizioni del 19 febbraio ci hanno scompaginato le carte, impedendoci di utilizzare sia l’e-mail della rivista che la vecchia poste pay. Pertanto per richiedere copie, inviare considerazioni e contributi, l’indirizzo cui scrivere per il momento è: navedeifolli@gmail.com

Per i pagamenti: poste pay numero 5333 1710 2666 5055 intestata a Carlo Andrea Casucci.
Si prega inoltre di segnalare con un’e-mail i pagamenti effettuati

Di seguito un brano dell’editoriale:

Le ingiunzioni dell’Apparato producono un fascio di reazioni condizionate nella vita quotidiana che poi la Reazione mobilita nella difesa servile e rancorosa dell’ordine sociale. Come in tutte le fasi di profonda ristrutturazione – pensiamo, per quanto riguarda l’Italia, al periodo a cavallo tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta – lo Stato ha bisogno di armare la classe proprietaria. Ai ceti più vigliacchi, silenziosi quando le lotte sono in posizione di attacco, l’attuale ideologia sovranista – che sembra coniugare l’arroganza neoliberale di un Reagan e di una Tatcher con il collettivismo nazionalista di un Putin – offre una prospettiva di potere. A quel blocco sociale reazionario che in questo paese è sempre esistito – e che nella spietata competizione del capitale globale ha la funzione della variabile passiva e intercambiabile -, il Capitano con la maglia della polizia (calcio e spirito di caserma insieme) fornisce la coesione dell’ordine. Da questo punto di vista la legge sulla legittima difesa e quella sulla famiglia vanno lette assieme. Il maschio proprietario deve poter sparare ai figli e ristabilire il proprio comando sulla moglie e sui figli. “Dio, famiglia e proprietà” è da sempre lo slogan di quel clerico-fascismo che dal Brasile di Bolsonaro all’Italia di Salvini e Fontana esprime l’ideologia del fazendeiro e del bottegaio.

Stanno cercando di metterci all’angolo. Proprio per questo non bisogna né demordere né appiattirsi sulle lotte e sulle risposte immediate. Dare alla resistenza il respiro di una prospettiva, all’attacco il calore del mondo per cui ci battiamo, dell’utopia – questo l’ossimoro vivente che dobbiamo imparare a diventare.

(it) Nuova pubblicazione di Gratis Edizioni: “Via dalla servitù”

https://finimondo.org/sites/default/files/viaservi.pngVia dalla servitù

«Siate dunque determinati a non servire mai più e sarete liberi»
Étienne de La Boétie, Discorso sulla servitù volontaria

Ecco un altro degli incontri mancati della Storia, quello fra un anarchico francese ed un filosofo tedesco. Quando Albert Libertad (1875-1908) morì, Günther Anders (1902-1992) aveva infatti solo sei anni. Entrambi scelsero uno pseudonimo, entrambi erano considerati degli irregolari nei loro stessi ambienti dove venivano guardati con un certo sospetto, entrambi si batterono contro la guerra (chi dando vita a Leghe antimilitariste e chi a movimenti antinucleari), entrambi giunsero alla conclusione — etica, prima che politica — che collaborare con il nemico significa essere corresponsabili dei suoi orrori.
Albert Libertad era un figlio di nessuno, abbandonato alla nascita, colpito da paralisi durante la sua adolescenza trascorsa in un riformatorio di Bordeaux, sua città natale. Evaso dal carcere minorile, batté le strade come mendicante, fino ad arrivare sulle sue grucce a Parigi. È nella capitale francese che, «violento e magnetico, divenne l’anima d’un movimento d’un dinamismo straordinario». Collaboratore della stampa libertaria, oratore senza pari, dotato di una verve polemica ironica e dissacrante, eterno guastafeste, critico implacabile, Libertad non nascondeva il suo odio per chi comanda e la sua mancanza di amore e compassione per chi obbedisce. A questi ultimi, a differenza di tutti i pastori sociali, Libertad non riservava carezze per lusingarli bensì sferzate per destarli dal torpore: «Siate voi stessi! Emancipatevi dalla tutela di coloro che vi imbrogliano e che tuttavia pretendono di lavorare alla vostra liberazione… Il vero nemico è in voi, pregiudizi, rassegnazione, timori, sopprimete tutto ciò che fa di voi degli schiavi… diventate esseri fieri e liberi… contate solo su di voi… Che siano socialisti, sindacalisti, rivoluzionari o anarchici, tutti i capi sono nefasti». Considerando la società come un insieme di individui, non come un’entità più o meno metafisica, Libertad era persuaso che la rivoluzione dell’essere umano dovesse precedere ed accompagnare la rivoluzione delle strutture sociali.
Günther Anders è stato uno dei maggiori filosofi non accademici (visse facendo vari mestieri) dello scorso secolo. Laureatosi in filosofia sotto la guida di Husserl, allievo di Heidegger, primo marito di Hannah Arendt, costretto all’esilio dall’avvento del nazismo, è autore di una vasta opera che affronta l’eclissi dell’essere umano davanti alla smisurata potenza della tecnica. L’incapacità dell’essere umano di immaginare le conseguenze dell’uso dei suoi strumenti lo conduce ad un’atrofizzazione del pensiero, ad un offuscamento della coscienza, trasformandolo in oliato ingranaggio della macchina infernale che minaccia l’umanità di sterminio atomico. Nonostante un pessimismo che non lasciava spazio alla speranza, anche Anders cercò per tutta la vita di scuotere l’indifferenza di chi si trova «sul treno che corre difilato sul suo binario unico verso la catastrofe». La sua proposta di uno «sciopero per il nostro risanamento morale» non mirava ad appropriarsi dei mezzi di produzione — come vorrebbe la vulgata di chi è assai più interessato a gestire l’orrore che a sopprimerlo — ma a distruggere la «morale della neutralità del lavoro». Da qui la necessità di riflettere sul senso e sulla destinazione delle varie attività, ponendo in discussione e rifiutando quei lavori che mettono in pericolo l’esistenza umana ed il mondo.

Fin dall’antichità greca, e ad eccezione dell’anarchismo, il pensiero occidentale non si è mai interrogato sull’origine del potere preferendo considerare la divisione fra dominatori e dominati insita nella natura umana, e non una costruzione sociale che è possibile demolire. L’anarchico Albert Libertad identificava nell’autorità il Nemico, pur rimanendo influenzato dal positivismo con la sua cieca fiducia nel progresso della scienza; il filosofo Günther Anders identificava nel progresso della scienza il Nemico, pur essendo influenzato dallo spirito politico con la sua cieca fiducia nell’autorità. Entrambi però compresero l’importanza e la necessità del rifiuto della servitù volontaria, della diserzione dai ruoli e dalle abitudini, prima e minima forma di rivolta e sabotaggio contro ciò che ci annienta. Con i loro scioperi umani ripresero l’intuizione formulata a metà del 1500 da Étienne de La Boétie — Senza servi niente padroni.

Albert Libertad Günther Anders
VIA DALLA SERVITÚ
pp. 44, 3 euro
(2 euro dalle 5 copie)
Gratis
www.gratisedizioni.org

Per richieste di copie:
trrivio at gmail.com
grotesk at libero.it

[Tratto da finimondo.org].

(it) Arriva!

Arriva, la rivoluzione arriva!
Toh, ecco un’altra trovata dei pubblicitari che cercano di piazzarci il loro ultimo prodotto, come suol dirsi. Ma non questa volta. Oggi, sono smanettoni falsamente rilassati e pappagalli di Stato a suonare le loro trombe: una nuova «rivoluzione digitale» sarebbe in marcia con l’imminente arrivo del 5G. La Corea del Sud è stata la prima a inaugurare la sua commercializzazione a livello nazionale nel mese di aprile, mentre Stati Uniti, Cina e Giappone dovrebbero seguire il suo esempio nei prossimi mesi (in tale città o in tale regione), seguiti dal vecchio continente l’anno che viene.
Se la questione riguardasse il galoppante spossessamento generalizzato, la crescente derealizzazione che colpisce la sensibilità umana in profondità, il rafforzamento partecipativo delle reti di alienazione e controllo o l’inasprimento delle condizioni di sfruttamento – in breve le conseguenze sulla nostra vita di qualsiasi evoluzione tecnologica –, non ci sarebbe nulla di nuovo in questa copertura supplementare che subiremo! Pur facendo attenzione a non prendere per oro colato il discorso del potere su ogni suo «progresso», e a non scambiare la parte (tale innovazione) per il tutto (il dominio), come talvolta hanno cercato di fare alcuni oppositori della manipolazione genetica della vita o delle nanotecnologie, non possiamo tuttavia limitarci ad osservare che il 5G sarà lo stesso in peggio. Né a restare con le mani in mano di fronte all’accelerazione del disastro ambientale, col pretesto che tutto si equivale e che c’è già tanto da distruggere. Perché, in fondo, è anche una questione di prospettiva.
Questa quinta generazione di standard considerati una «tecnologia chiave» è essenzialmente un salto di potenza che permetterà al dominio di aumentare significativamente il suo controllo, aprendo una serie di possibilità da far sbavare battaglioni di ricercatori, industriali e creatori di startup. In termini concreti, mettendo nello stesso paniere la rete Internet e gli smartphone da un lato, la moltiplicazione di sensori (in città come al lavoro) abbinati a dispositivi e macchine di ogni genere dall’altro, abbiamo sotto gli occhi enormi raccolte e scambi di dati. In questo quadro, il 5G consente dei flussi nominali fino a mille volte più rapidi di quelli delle reti mobili nel 2010, e fino a cento volte più rapidi del 4G. Moltiplicando la velocit, la reattività e la capacità quantitativa di questi scambi di dati, si profila lo sviluppo, finora lento e limitato (perché troppo avido di dati), di un mondo totalmente interconnesso, ma stavolta su scala molto ampia: un mondo zeppo di telecamere a riconoscimento facciale, di veicoli autonomi e di congegni telecomandati a distanza, di droni polizieschi e militari pilotati da un’intelligenza artificiale, della famosa smart city, di un’amministrazione digitale di soggetti statali o di nuovi processi di automazione della produzione… senza contare la trasformazione dei rapporti sociali. Nella neolingua, con 5G si parla di «realtà e umano accresciuti», di «gestione dei flussi di persone, veicoli, derrate, beni e servizi in tempo reale» o di «facilitare il controllo delle catene produttive nei siti industriali». Infine, come sottolineava un recente opuscolo contro l’organizzazione nella capitale tedesca, a maggio, della più grande mostra europea sull’Intelligenza Artificiale (IA), lo sviluppo di quest’ultima è legato anche a quello del 5G: «L’IA, insieme ad altri fattori, sta cambiando l’economia e la società, grazie a potenti processi di automazione. Sia nell’assemblaggio, nell’istruzione, nella medicina, in servizi come i call center o nella guida, ma anche nel perfezionamento della tecnologia militare, come la navigazione di droni autodistruttivi – l’IA è prioritaria. Le IA sono utilizzate da quasi tutti i principali fornitori di servizi su Internet, come Google, Facebook e Amazon. In futuro, dovremo contare sul fatto che la maggior parte di dispositivi e oggetti saranno dotati di sensori connessi via Internet ai «server» delle multinazionali («l’Internet degli oggetti», «Internet of Things – IoT»). Per poter elaborare una tale massa di dati, l’Intelligenza Artificiale ha bisogno di questi Big Data, che a loro volta richiedono infrastrutture come la rete 5G o i cavi in fibra ottica».
Dal 2018, le bande di frequenza assegnate per il 5G (all’incirca 700 MHz; 3,5-3,8 GHz e 26-28 GHz) sono state vendute all’asta per 20 anni, con grossi ricavi per gli Stati: 380 milioni di franchi alla Svizzera (sborsati da Swisscom, Sunrise e Salt), 437 milioni di euro alla Spagna (da Telefónica, Vodafone e Orange), 1,36 miliardi di sterline nel Regno Unito (da Telefónica, Vodafone, British Telecom e Hutchison Whampoa), 6,5 miliardi di euro all’Italia (da Telecom Italia, Vodafone, Iliad e Wind) e almeno 5,8 miliardi di euro alla Germania (da Deutsche Telekom, Vodafone, Telefónica e United Internet). In Francia (con Bouygues, Iliad, Orange e SFR) cominceranno in autunno e in Belgio l’anno prossimo. La maggior parte dei tralicci che sostengono il 4G verranno gradualmente adattati tecnicamente per il 5G (generalmente prodotto da Huawei, Ericsson o Nokia), ma nuovi ripetitori specifici giganti o in miniatura saranno installati dappertutto*, con una potenza ancora più nefasta per la salute, creando un aumento generale e massiccio di esposizione alle onde.
Certo, in Francia la commercializzazione del 5G inizierà solo nel 2020 e la massificazione del suo utilizzo è prevista per il 2022, ma fin d’ora si stanno effettuando test sul campo necessari per il suo impiego, trasformando gli abitanti di diverse città in topi da laboratorio: Nantes, Tolosa e Francazal (SFR); Lille-Douai (dieci ripetitori 5G), Parigi (quartiere dell’Opéra), Marsiglia (place de la Joliette) e Nantes (Orange); Lione, Bordeaux (antenna 5G accanto al museo d’arte contemporanea), Linas-Montlhéry (sull’autodromo) e Saint-Maurice-de-Rémens (a Transpolis) (Bouygues). E per non essere da meno, anche l’ente francese per l’energia nucleare e alternativa (CEA) è autorizzata a testare il 5G a Grenoble e sulla costa normanna tra Ouistreham e Portsmouth servendosi di due traghetti della Brittany Ferries. Al 27 dicembre 2018, erano 25 i test effettuati in 18 città cui fare riferimento ufficialmente, classificati secondo nove usi: mobilità connessa, IoT, smart city, telemedicina, video UHD, videogiochi, esperimenti tecnici, industria del futuro e realtà virtuale, con questi ultimi due settori che da soli raggruppavano 20 dei 25 test in vivo. Un esempio applicato all’«industria del futuro» è un’azienda-pilota automatizzata con robot che gestisce 50 vacche da latte a Shepton Mallet, nel sud dell’Inghilterra. I collari connessi al loro collo comunicano direttamente in 5G con i molteplici sensori e robot installati nell’azienda per automatizzare la mungitura, la spazzolatura, l’alimentazione e l’apertura delle porte in base alle condizioni atmosferiche. Questo progetto è finanziato dal governo inglese (Agri-EPI Centre) e sviluppato da Cisco.
Fortunatamente, come ci ricordano periodicamente i fiammeggianti barbecue in Francia, in Germania e in Italia, tutto questo si basa principalmente su una circolazione di dati tra data center/server e trasmettitori-spioni, le cui informazioni viaggiano fisicamente attraverso reti di cavi in fibra ottica e ripetitori telefonici, il tutto dipendente da un’alimentazione elettrica (a sua volta composta da cavi, trasformatori e tralicci). Oltre ad altrettante strutture sparse nel territorio, alla portata di tutti coloro che dispongono di un pizzico di fantasia e di una sensibilità ancora palpitante. Essendo d’altronde la G l’unità corrispondente all’accelerazione della gravità sulla superficie terrestre, è giunto il momento di alleggerire la nostra esistenza dal peso di queste protesi, sia fisiche che mentali. Che per di più, sono in 5G!

* Una grande antenna-ripetitore 4G con MIMO («entrate multiple, uscite multiple») regge attualmente fino a una dozzina di connettori – i grandi parallelepipedi bianchi verticali fissati sopra – (otto per la trasmissione e quattro per la ricezione). Un’antenna 5G con MIMO può portare fino ad un centinaio di questi connettori e in beamforming (cioè che non emette il segnale in tutte le direzioni sotto forma di ombrello ma solo nella direzione richiesta). In città densamente popolate, le mini antenne 4G (piccole celle) offrono una copertura di 20 metri per otto utenti, mentre il 5G permette di collocare queste antenne in miniatura su lampioni, pensiline per autobus, cartelloni pubblicitari ogni 300 metri per centinaia di utenti contemporaneamente. JC Decaux è ovviamente già in lizza.

[Avis de tempêtes, n. 17, 15/5/2019]

[Tratto da finimondo.org].

(it-fr) Tipografia anarchica L’impazienza | Imprimerie anarchiste L’impatience

https://impatience.noblogs.org/files/2019/05/header.png

Tipografia anarchica L’impazienza

In un’epoca segnata da confusione e stupidità, chiusura di orizzonti di liberazione e sogni di sovversione, ma anche di rabbia non ancora domata dal potere, la scelta di aprire una tipografia anarchica, lungi dall’essere un semplice questione tecnica, può parlare solo di una prospettiva intransigente. Il rifiuto di adattarsi alla scomparsa del pensiero critico e al confinamento dei desideri al solo orizzonte del dominio, fornisce un solido terreno per continuare a propagare e approfondire le idee anarchiche, le rivolte e le lotte che le accompagnano ed ispirano. Quindi, avere una tipografia dedicata a facilitare la pubblicazione di libri e pubblicazioni che parlano di un anarchismo autonomo, che non si stancano di enfatizzare e di illustrare che l’idea e l’azione devono andare di pari passo, equivale a lanciare una sfida: rompere la confusione, suggerire bussole per orientarsi nelle tempeste, incoraggiare coloro il cui sangue è ancora bollente a continuare a pensare, a prendere ispirazione, a saccheggiare l’intero arsenale di idee, esperienze e sogni che hanno dichiarato una guerra fino alla morte contro ogni autorità. E questo, con tutta l’impazienza di cui siamo capaci.

Per coloro che hanno la pazienza di correre dietro le masse, di sostenere i leader, di passare il tempo con pettegolezzi assordanti, queste opere di stampa non serviranno a nulla. Piuttosto che nuotare con la corrente finché non affoghi tutto il tuo essere lì, è una questione di affinare le coscienze e armare gli spiriti. Perché «essere dentro la guerra con il resto del mondo mi turba meno che non essere in pace con la mia coscienza».

L’impazienza. Tipografia anarchica aperta da settembre 2018.

***

Aperture e contatti:

Apertura: ogni martedì dall ore 17.00 alle 20.00.
Indirizzo: 45 Boulevard Pardigon, 13004 Marseille, Francia.
E-mail: impatience[at]riseup.net

__________________________________________________________

Imprimerie anarchiste L’impatience

Dans une époque marquée par la confusion et l’abrutissement, de fermeture d’horizons de libération et de rêves de subversion, mais aussi de rage pas encore domptée par le pouvoir, le choix d’ouvrir une imprimerie anarchiste, loin d’être une simple question technique, ne peut que parler d’une perspective intransigeante. Le refus de s’adapter à la disparition d’esprit critique et au cantonnement des désirs au seul horizon de la domination, fournit un sol ferme pour continuer à propager et à approfondir les idées anarchistes et les révoltes et luttes qu’elles accompagnent et inspirent. Ainsi, se doter d’une imprimerie vouée à faciliter l’édition de livres et de publications qui parlent d’un anarchisme autonome, qui ne se lassent pas de souligner et d’illustrer que l’idée et l’action doivent aller de pair, revient à se lancer un défi: battre en brèche la confusion, suggérer des boussoles pour s’orienter lors des tempêtes, encourager celles et ceux dont le sang bouillonne encore à continuer à réfléchir, à s’inspirer, à piller tout l’arsenal d’idées, d’expériences et de rêves qui ont déclaré une guerre à mort contre toute autorité. Et cela, avec toute l’impatience dont nous sommes capables.

Pour ceux qui ont la patience de courir derrière les masses, de supporter des chefs, de passer le temps avec des bavardages assourdissants, cette imprimerie ne sera d’aucune utilité. Plutôt que de nager avec le courant jusqu’à y noyer tout son être, il s’agit d’aiguiser les consciences et d’armer les esprits.  Car, « être en guerre avec le reste du monde me perturbe moins que de ne pas être en paix avec ma conscience ».

L’impatience. Imprimerie anarchiste ouverte en septembre 2018.

***

Permanences & contact:

Permanences: chaque mardi de 17h à 20h.
Adresse: 45 Boulevard Pardigon, 13004 Marseille, France.
E-mail: impatience[at]riseup.net

[Depuis impatience.noblogs.org].

(it) Continuare su altri frangenti

[Riceviamo e diffondiamo questo testo riguardo l’esperienza del foglio anarchico periodico “Frangenti”].

Il passo tra l’agire ed il fare, coatta ripetizione stantìa, può essere quanto mai breve. “Frangenti” è nato da un’ipotesi, una scommessa: trovare un modo di comunicare il pensiero e l’azione che fosse differente, che riuscisse a dilagare oltre al milieu di Movimento ed i suoi siti. Per dare corpo a questa riflessione persone diverse si sono incontrate, confrontate, scoperte per trovare un modo di organizzarsi all’interno di questo ambizioso progetto. A volte ci sono riuscite, a volte meno. Nel corso di questi due anni più volte si è sentita l’esigenza di cambiare, di trasformarsi, scontrandosi però con diversi limiti, di volta in volta: dalla distanza geografica agli impegni personali di ognuno, dal carattere individuale di chi vi partecipava al problema della virtualità, dalla repressione poliziesca alle miserie o le bellezze dell’anarchismo di oggi.
Trovandoci di fronte ad un bivio, è preferibile sospendere i contributi: in seguito alle nuove riflessioni e necessità, si è insinuato tra chi scrive un senso di inadeguatezza nel guardare e proseguire le pubblicazioni all’interno della forma editoriale che ci siamo fin qui dati. Tuttavia, poiché non possiamo né rifiutare l’affinamento e la crescita della riflessione, sull’altare di un progetto originario, cercando di trovare stimolo nell’identica riproposizione di una forma che rischia di diventare automatismo sterile, né possiamo affermare a cuor leggero che l’ipotesi che diede vita a “Frangenti” non sussista più e che questo periodico si sia rivelato qualcosa di superfluo nella nostra azione quotidiana, pensiamo occorra fermarsi e sostare al bivio. E riflettere.
L’avventura che ci ha condotte a questo punto è, come scrissero molti anni fa, un’avventura senza rimpianti. La strada che ci si spalanca davanti, in una società che ha distrutto l’avventura, è nonostante ciò la certezza che l’avventura della distruzione della società può proseguire su altri e diversi percorsi, resi possibili anche dal tragitto fatto insieme.
Che ne sarà di queste relazioni, di questi progetti, di questo giornale nessuno lo può sapere. Come nessuna può sapere il momento in cui le scintille dell’attacco, invece di affievolirsi nel vento della memoria, continueranno a volteggiare incendiando la rabbia della sterpaglia sociale. L’importante è continuare a pensare e discutere, senza arrendersi al dolce suono affabulatorio delle sirene del fare.

(it-fr-de) E’ stato pubblicato “Rompere le righe. Contro la guerra, contro la pace, per la rivoluzione sociale” – Quinta pubblicazione degli opuscoli anarchici internazionalisti Hourriya

Rompere le righe. Contro la guerra, contro la pace, per la rivoluzione sociale

«Forse oggi più che mai il mondo ha bisogno del soffio vivificante dell’anarchismo; oggi più che mai appare la necessità di infrangere la regola, la disciplina, la legge», scriveva un compagno alla vigilia della Seconda Guerra Mondiale. Oggi, le guerre, l’altra faccia della pace sporca di sangue dei mercati, del progresso e della produzione, continuano a devastare il mondo, e forse ancora oggi c’è bisogno del grido stridente dell’anarchia che si oppone ad ogni potere, che rompe le righe degli Stati totalitari e democratici, che scruta gli orizzonti per fermare il massacro laddove esso si produce.
La guerra, il controllo, la repressione, lo sfruttamento, la militarizzazione degli spiriti, l’odio settario, il maelstrom tecnologico sono tutti aspetti di questo dominio in continua ristrutturazione che quest’opuscolo intende analizzare, avventurandosi allo stesso tempo sui sentieri dell’azione di ieri e di oggi contro la loro guerra… e contro la loro pace.

166 p. – gennaio 2019 – 2 euro

Informazioni e richieste: hourriya_it at riseup.net

Indice:

Da una guerra all’altra
Contro la guerra, contro la pace. Elementi di lotta insurrezionale contro
il militarismo e la repressione
La guerra moderna e i suoi contorni
La militarizzazione nel Cono Sud dal 2003
Diario di bordo. Una progettualità per far fronte
alla guerra (e alla pace)
Rubicone
Senza giri di parole. L’opposizione degli anarchici italiani
alla guerra negli Stati Uniti attraverso
la Cronaca Sovversiva

[Tratto da hourriya.noblogs.org].

______________________________________________________

Rompre les rangs. Contre la guerre, contre la paix, pour la révolution sociale

«Jamais peut-être le monde n’a eu plus besoin du souffle vivifiant de l’anarchisme; jamais la nécessité de briser la règle, la discipline, la loi, n’est apparue plus grande qu’aujourd’hui», écrivait un compagnon à la veille de la Deuxième Guerre Mondiale. Aujourd’hui, les guerres, l’autre face de la paix ensanglantée des marchés, du progrès et de la production, continuent à ravager le monde, et peut-être aujourd’hui aussi, ce dont il y a besoin, c’est le cri strident de l’anarchie qui s’oppose à tout pouvoir, qui rompt les rangs des États totalitaires et démocratiques, qui scrute l’horizon pour arrêter le massacre là où il est produit.
La guerre, le contrôle, la répression, l’exploitation, la militarisation des esprits, la haine sectaire, le maelström technologique sont tous des aspects de cette domination en incessante restructuration, que ce cahier se propose d’analyser, en s’aventurant en même temps sur les chemins de l’action d’hier et d’aujourd’hui contre leur guerre… et contre leur paix.

168 pages – octobre 2018 – 2 euros

Sommaire:

D’une guerre à l’autre
Contre la guerre, contre la paix. Éléments de lutte insurrectionnelle contre le militarisme et la répression
La guerre moderne et ses contours
La militarisation dans le Cône Sud
Carnet de route. Une projectualité face à la guerre (et face à la paix)
Rubicon
Sans détours. L’opposition des anarchistes italiens  à la guerre aux États-Unis à travers  la Cronaca Sovversiva

[Depuis hourriya.noblogs.org].

______________________________________________________

Die Reihen durchbrechen. Gegen den Krieg, gegen den Frieden, für die soziale Revolution

«Vielleicht hatte die Welt einen lebensspendenden Hauch des Anarchismus niemals nötiger; schien die Notwendigkeit, die Regeln, die Disziplin, das Gesetz zu brechen niemals größer als heute», schrieb ein Gefährte am Vortag des Zweiten Weltkriegs. Heute verwüstet der Krieg, jenes andere Gesicht des vom Blut der Märkte, des Fortschritts und der Produktion triefenden Friedens, weiterhin die Welt. Doch vielleicht gibt es auch heute das Bedürfnis nach einem gellenden Schrei der Anarchie, welche sich jeder Macht entgegenstellt, die Reihen der totalitären und demokratischen Staaten durchbricht und den Horizont erkundet, um das Massaker dort zu stoppen, wo es produziert wird.
Der Krieg, die Kontrolle, die Repression, die Ausbeutung, die Militarisierung des Geistes, der sektiererische Hass, der technologische Mahlstrom. Sie alle sind Aspekte der Herrschaft, die sich ständig restrukturiert und welche in diesem Buch analysiert werden sollen. Dabei wagen wir uns vor auf den Weg der Aktion, von gestern und heute: Gegen ihren Krieg… und gegen ihren Frieden.

Februar 2019, 168 Seiten

Inhalt:

Vom einen Krieg zum anderen
Gegen den Krieg, gegen den Frieden. Elemente für einen aufständischen Kampf gegen den Militarismus und die Repression
Der moderne Krieg und seine Konturen
Die Militarisierung der Südspitze
Fahrtenbuch. Eine Projektualität angesichts des Krieges (und des Friedens)
Rubikon
Ohne Umschweife. Der Widerstand der italienischen
Anarchisten in den Vereinigten Staaten gegen den Krieg mittels der Cronaca Sovversiva

[Genommen von hourriya.noblogs.org].

(it) Italia: Bollettino n. 2 – Biblioteca Spazio Anarchico “Lunanera” – Cosenza

i-b-italia-bollettino-n-2-biblioteca-spazio-anarch-1.jpgBollettino n. 2

E’ disponibile il secondo numero del Bollettino della biblioteca dello Spazio Anarchico “Lunanera”

indice:
– Cum ira et studio
– “La responsabilità degli anarchici
– Senza dogmi
– Cani e porci
– Presentazone del libro “I Giustizieri. Propaganda del fatto e attentati anarchici di fine Ottocento” di Gino Vatteroni. Alcune riflessioni dialogando con l’autore.
– Una breve nota introduttiva alla riedizione del libro “Storie nostre
– Alcune considerazioni su: “Guerra alla natura. Riflessioni sugli ultimi sviluppi delle manipolazioni genetiche in campo agricolo e zootecnico
– Scontro di classe e difesa della natura
– Sull’onda di una non-presentazione
Bandiera Nera
– Sono gli individualisti degli anormali
– Considerazioni sull’individualismo anarchico
– Per la distruzione delle opinioni

per richiedere copie o per organizzare presentazioni scrivere alla mail: lunanera[chiocciola]mortemale.org

Spazio Anarchico “Lunanera”
viale della Repubblica – 293 – Cosenza

[Tratto da anarhija.info].

(it) E’ stato pubblicato il numero 10 di “Brecce”

E’ stato pubblicato il numero 10 di “Brecce”, giornale murale aperiodico, aprile 2019.

Per scaricare e stampare il foglio cliccare qui.

In questo numero:
Effluvi di guerra
Le collanine di Pizarro
Ordinata cultura
Destinati e destinatari

Per contatti: Biblioteca Anarchica Occupata “Disordine”, via delle Giravolte 19/A, Lecce. Apertura: ogni giovedì dalle ore 19.00 alle 22.00. E-mail: disordine[at]riseup[dot]net

(it) Quale internazionale? Intervista e dialogo con Alfredo Cospito dal carcere di Ferrara (prima e seconda parte, da “Vetriolo” n. 2 e 3)

Il testo che segue sono le parti prima e seconda di “Quale internazionale? Intervista e dialogo con Alfredo Cospito dal carcere di Ferrara”, parti di un dibattito che alcuni compagni stanno intraprendendo con il compagno anarchico prigioniero Alfredo Cospito, pubblicate rispettivamente nei numeri 2 (autunno 2018) e 3 (inverno 2019) del giornale anarchico in lingua italiana “Vetriolo”. Complessivamente sono state elaborate otto domande, per la verità non proprio dei quesiti ma degli interventi, in qualche caso polemici, per discutere e dibattere con il compagno. Data la complessità e la vastità degli argomenti trattati tutto il testo non poteva e non può essere integralmente pubblicato sulle pagine di un solo numero del giornale. La pubblicazione dell’intervista/dialogo proseguirà, sempre suddivisa in parti, a partire dal prossimo numero e successivamente, quando verrà terminata la pubblicazione in “Vetriolo”, vi è l’intenzione di pubblicare integralmente tutte le domande e le risposte in un libretto o in un opuscolo. Nel frattempo, su richiesta di Alfredo, pubblichiamo anche tramite internet le parti prima e seconda, ovvero quelle fino ad ora uscite nel giornale e, con l’occasione, correggiamo dei refusi e degli errori di battitura presenti alle pagine 6 e 7 del numero 3, dei quali ci scusiamo con i lettori e che riportiamo anche qui di seguito.

Pagina 6, prima colonna: dove scritto “un rumore assordante di opinioni che si accumulano a vicenda” leggere “che si annullano a vicenda”.
Pagina 6, terza colonna: dove scritto “Solo l’irrilevanza rabbiosa dell’iniziativa individuale” leggere “Solo l’irruenza”.
Pagina 7, prima colonna: dove scritto “non avrà più necessità d’essere perché l’umanità non sarà più il potere di niente” leggere “non sarà più il motore di niente”.
Pagina 7, seconda colonna: dove scritto “non dobbiamo trattenerci ma correre in tanti” leggere “ma correre in avanti”.
Pagina 7, seconda colonna: dove scritto “fascisti e recuperato che dicono di sostenere quel movimento” leggere “fascisti e recuperatori”.

Per contatti: vetriolo[at]autistici[dot]org

 

QUALE INTERNAZIONALE?
Intervista e dialogo con Alfredo Cospito dal carcere di Ferrara

Prima parte

L’internazionalismo è sempre stato il principio che ha ispirato l’agire e l’orizzonte di quegli sfruttati che non accettano il ruolo nel quale la società li ha collocati. E’ da sempre un ottimo vaccino contro l’opportunismo di ogni sorta, una garanzia che chi lo pratica non è il venduto del proprio padrone o di un padrone straniero, ma è autentico nemico di ogni sfruttamento e autorità. L’internazionalismo come tensione, come spirito, non cambia col cambiare del tempo. Cambia però il modo con cui esso si fa reale nella storia. Da sempre riformisti, opportunisti e autoritari hanno cercato di pervertire l’internazionalismo ai propri interessi di bottega. La questione delle questioni, la leva per sollevare il mondo, è quindi l’Internazionale. Come, cosa deve essere oggi l’internazionale? Deve essere una “organizzazione” reale, una federazione di gruppi, un “partito mondiale”? Oppure ci possono strumenti o “strutture” che sono più vicine all’Idea anarchica e che sono più efficaci in questo periodo storico?

L’anarchismo come il socialismo “scientifico” sono sorti per opporsi ad un processo globale, il capitalismo e l’avvento della borghesia. Più che naturale che anarchici/e e marxisti/e fin dalle origini abbiano perseguito con alternate fortune una dimensione organizzativa internazionale. Nel XIX secolo con Bakunin l’anarchia abbandonò il piano filosofico, idealista per compiere i primi passi nel mondo reale. Prima contro il liberalismo messianico di Mazzini per poi scontrarsi con il socialismo statalista di Marx dando origine alla corrente autonomista federalista in seno alla prima Internazionale. Questi primi passi concreti dell’anarchismo furono fatti grazie a due organizzazioni internazionali che oggi potremmo definire “clandestine”, che agivano nell’ombra all’interno del “movimento reale”, quello dei lavoratori, dei proletari. L’Alleanza internazionale della democrazia socialista operante dal 1868 al 1872 e l’Alleanza internazionale dei socialisti rivoluzionari operante dopo il 1872. Per quanto paradossale possa sembrare ritengo ancora oggi di incredibile efficacia e attualità il tentativo di creare organizzazioni internazionali “clandestine” che agiscono sotto traccia all’interno dei movimenti di massa. La concezione “scientifica” di Marx non poteva tollerarlo ritenendola un’ingenuità, una forzatura, un residuo del cospirazionismo settecentesco. Un po’ come oggi la grande maggioranza del movimento anarchico non comprende il complottare di nascosto contro Stato e leggi. Fu per primo Engels a vedere nella “clandestinizzazione”, nel doppio livello il tentativo di egemonizzare l’Internazionale. Col tempo gli anarchici fecero infiniti tentativi di organizzarsi in maniera internazionale: Sant Imier nel 1872, Amsterdam nel 1907, Berlino nel 1921, Parigi nel 1949, Londra nel 1958, Carrara nel 1968 con la creazione dell’IFA… ma col tempo la prospettiva cospirativa si indebolì fino quasi a sparire. Quel “quasi” è costituito negli ultimi decenni soprattutto dagli sforzi delle Federazioni Giovanili Anarchiche agli inizi degli anni ’60 per apportare sotto il nome di “Primo Maggio”, attraverso l’azione distruttiva e la lotta armata, solidarietà alla Spagna sotto il tallone di Franco, e successivamente dal rinascere della prospettiva insurrezionale arricchita dal rilancio del “gruppo di affinità” e della progettualità informale. Fino ad arrivare ai giorni nostri con la nascita della FAI-FRI e con tutte quelle azioni sparse per il mondo che parlandosi tra di loro attraverso le rivendicazioni hanno concretizzato una sorta di “internazionale nera”. Prima di rispondere alla tua domanda su cosa oggi dovrebbe essere l’internazionale e come dovrebbe strutturarsi cerchiamo di chiarirci contro cosa questa internazionale deve muovere battaglia. Soffermiamoci un attimo sul concetto di capitalismo.

Quando si parla di capitalismo non si può non parlare di tecnologia e scienza. Fino a tutto il ‘500 quello della scienza e della tecnologia erano campi separati poi si creò un’osmosi crescente tra i due, fino agli albori del capitalismo più avanzato quando nell’800 scienza e tecnologia diventarono inscindibili. Alcuni sostengono (credo a ragione) che il capitalismo sia sostanzialmente il prodotto dell’unione tra scienza e tecnologia, per meglio dire dell’assoggettamento della scienza alla tecnologia. Quando oggi parliamo di imperialismo parliamo di rivoluzione scientifico-tecnologica. E questa “rivoluzione” porta ad un aumento degli sfruttati, le borghesie vanno assottigliandosi, i diseredati aumentano. Sempre meno persone detengono le conoscenze quindi le ricchezze sul nostro pianeta; questo “nuovo” imperialismo sta aumentando enormemente il divario tra inclusi ed esclusi. Responsabile di questa situazione una fetta esigua di umanità al servizio egli stati moderni e del capitale. Gli stati moderni ed il capitale hanno creato quelle premesse che potrebbero portare all’avvento di un mondo nuovo che scalzerà l’umanità come la conosciamo oggi annichilendo tutta la vita sul pianeta. Scienziati, matematici, biologi, informatici, chimici, ricercatori di tutte le branche della scienza, tecnocrati, tutta l’aristocrazia della conoscenza umana senza i grandi investimenti e le risorse che solo il capitalismo e gli stati con lo sfruttamento della maggioranza della popolazione sul pianeta gli possono dare non potrebbero nulla, tanto meno portare a termine quella “rivoluzione” già in atto da tempo che se portata a “buon” fine comporterà una tale trasformazione radicale della nostra natura che di fatto equivarrà, se non fermata, all’estinzione della specie umana almeno come la conosciamo oggi, ed il cambiamento non sarà certo in meglio. La “lotta di classe” rimane il motore di tutto, la nostra più grande risorsa ma unicamente se si scaglia in ugual misura contro Stato e capitale. Solo il capitalismo e gli stati moderni possono alimentare adeguatamente il processo tecnologico, tanto da portarci verso l’abisso. Ecco, io credo che questa internazionale debba lottare contro stati e capitale ed alimentare l’odio di classe, l’odio degli esclusi, dei poveri, dei proletari indirizzando le energie contro lobbisti, militari, industriali, ricchi, tecnocrati, politici, statisti, tecnici, scienziati. Contro tutti gli inclusi, coloro che detengono le conoscenze ed il capitale e quindi il potere qualunque esso sia. Non è più la tecnologia al servizio del capitale ma sempre più spesso il capitale al servizio della tecnologia è quella la direzione in cui stiamo andando. La logica che ci comanda è sempre meno il semplice profitto ma l’ancora più spietata logica scientifica; una volta fatta una scoperta scientifica è impossibile tornare indietro anche se la conseguente innovazione tecnologica ci porta per mano all’autodistruzione, lo abbiamo visto con le armi nucleari, lo vedremo con l’enormemente più devastante e incontrollabile intelligenza artificiale, si procede in automatico senza possibilità di ritorno. “Noi siamo condannati a tutto ciò che è stato inventato una volta per tutte”. Come siamo condannati a fare il passo successivo fino allo schianto finale. Come il personaggio dell’Odio che precipitando nel vuoto si auto-rassicura pensando “fin qui tutto bene, fin qui tutto bene…”. Non so se sarà l’internazionalismo a salvarci da questa caduta nel vuoto, se come dici tu sarà questa la leva che ci permetterà di sollevare il mondo e sovvertirlo. Ma una cosa è certa: per opporsi a questo nuovo imperialismo in maniera decisiva il collasso del sistema deve essere globale. Le guerre di posizione portano alla sconfitta tanto quanto gli/le anarchici/e che aspettano i momenti maturi per agire hanno già perso in partenza.

E’ qui che entra in gioco la visione anarchica dell’azione. Molto più di una ginnastica rivoluzionaria, di un semplice farsi trovare preparati/e quando arriverà il collasso del sistema. E’ nell’azione che l’anarchico/a si realizza, esiste in quanto tale. E’ nei singoli gesti di distruzione, focolai di rivolta e di insubordinazione, che l’anarchico/a vive la sua anarchia subito, oggi, spezzando l’attendismo. A questa concezione viva, “nichilista” dell’essere anarchico/a si affianca il rapporto prassi – teoria. La teoria per essere efficace deve nascere dalla prassi, non il contrario. Solo scontrandosi armi in pugno con il sistema possiamo costruire l’azione che ci permetterà di dotarci di quegli strumenti “organizzativi”, “informali” che ci consentiranno di contribuire in maniera forte a quella “internazionale” (strumento per incidere in maniera efficace sulla realtà) di cui sentiamo come anarchici/e tanto il bisogno. Noi anarchici questa internazionale ce l’abbiamo nel sangue; la nostra visione contro stati, confini, il nostro rifiuto di qualunque nazionalismo ci porta per mano verso questa prospettiva, bisogna solo concretizzare la risposta a questo bisogno. Questo dialogo tra anarchici/e per il mondo c’è sempre stato, ci siamo sempre influenzati a vicenda da una parte all’altra del globo. Tanti, tantissimi sono stati i tentativi di dare una costanza, una struttura minima a questa visione internazionale del movimento. Ma la teoria che cadendo dall’alto scavalcando la prassi e riducendola ai minimi termini, la burocratizzazione, il gradualismo (sorta di riformismo impotente) hanno penalizzato questi propositi se pur generosi riducendoli (troppo spesso negli ultimi 40 anni) a testimonianza sterile di un passato glorioso. Oggi la progettualità “informale” (basata sulla comunicazione senza intermediari tramite rivendicazioni di azioni distruttive indette da fluidi e caotici singoli e gruppi di affinità sparsi per il mondo) ci sta regalando la possibilità di rilanciare concretamente in maniera pericolosa per il sistema una “internazionale” che potrebbe innescare una reazione a catena inarrestabile. Certo, parliamo di infinitesimali minoranze, ma perché escludere a priori che come spesso avviene in natura un impercettibile virus iniettato magari da una insignificante puntura di una piccola zanzara possa uccidere il possente elefante? E’ una possibilità questa alla quale sarebbe stupido rinunciare; immaginate se gli/le anarchici/e d’azione pur nelle differenze che sono tante riuscissero ad unire le proprie forze salvaguardando la propria autonomia, le proprie diversità. In fin dei conti la nostra è l’unica alternativa al capitalismo che non ha tradito se stessa. Forse perché abbiamo sempre “fallito”. Più di una volta nella storia è capitato di concretizzare barlumi di anarchia ma sempre per brevi periodi, abbiamo preferito soccombere piuttosto che accettare una dittatura “rivoluzionaria”. Questi nostri fallimenti hanno lasciato in noi la forza utopica, primigenia della nostra utopia. E’ nel nostro tendere verso questa che il nostro agire si fa realtà, materia viva, azione, progettualità, prassi – teoria. Se ci soffermiamo su quali forze ci spingono verso l’internazionale vedremo che tutti i tentativi concreti di internazionalizzare le lotte hanno come motore la “solidarietà”, solidarietà per un popolo in lotta, solidarietà per i migranti, solidarietà per delle sorelle e fratelli colpiti dalla repressione… La “solidarietà” è la spinta iniziale, il deus ex machina di ogni lotta che ha l’ambizione di coinvolgere, perché prende vita da un bisogno interiore importante per ogni essere umano, il mutuo appoggio. Tu mi chiedi cosa debba essere l’internazionale e quali siano gli strumenti, le strutture più anarchiche ed efficaci in cui questo nostro bisogno profondo dell’internazionalismo si possa esprimere. E’ una questione controversa, i punti di vista possono essere molti. Nella storia del nostro movimento organizzazioni specifiche, federazioni, addirittura partiti, ricordiamoci l’UAI che veniva definita dallo stesso Malatesta un partito anarchico, sono tutte state sperimentate anche sul piano internazionale con alterne fortune e comuni fallimenti. Lontano da me giudizi “morali” su quale forma organizzativa o meno adottare. Altrimenti ci impelaghiamo in discorsi gesuitici su cosa è o non è anarchico elargendo scomuniche a destra e manca, ho passato la vita a farlo e mi sono reso conto solo oggi che è una enorme perdita di tempo e energie. Quello a cui posso cercare di dare una risposta è quale sia per me oggi la “struttura” o lo “strumento” più efficace per concretizzare un’internazionale anarchica potente, aggressiva, pericolosa. Che faccia sanguinare il potere, facendogli male, facendogli la guerra in maniera efficace. Sarò chiaro e breve: per me questa “internazionale” ha già una sua forma, delle sue dinamiche se pur abbozzate. Con i suoi alti e bassi e con le sue piccolezze e grandezze è costituita da tutto quel mondo di sorelle e fratelli che attraverso le rivendicazioni anche senza acronimi si parlano dandosi appoggio e solidarietà a vicenda indicendo campagne di lotta per il mondo. All’apparenza poca cosa, ma che in sé contiene una grande speranza, una reale possibilità che dopo il fallimento del determinismo scientista marxista può ridare speranza agli oppressi della terra, portare nuova linfa ad un’anarchia che rischia di annullarsi in un gradualismo post-anarchico che dietro la parvenza di “realismo” ci consegna mani e piedi legati alla politica del piccolo cambiamento, del riformismo. Solo non rimandando ad una domani lontano la rivoluzione, ma vivendola subito, con violenza, senza compromessi, mediazioni potremo spingerci fuori da questo vicolo cieco. Nei miei contributi e scritti dal carcere so di essere ripetitivo. Non è l’originalità a tutti i costi che vado cercando ma quelle poche idee che ho le ripeterò fino alla nausea nella speranza che vengano discusse. Sono fermamente convinto che il nodo che bisogna sbrogliare per diventare più incisivi e arrecare il maggior numero di danni a questo sistema iper-tecnologico che si regge su due stampelle, capitalismo e stati, sia quello di come “organizzarsi” senza tradire noi stessi, senza cedere alcuna libertà individuale nel farlo. La mia adesione al progetto FAI-FRI la dice lunga su quale secondo me è la strada da percorrere e cosa dovrebbe essere questa “internazionale”. Avremo modo di parlarne più avanti, è un discorso semplice e complesso allo stesso tempo che come tutte le cose vitali oltre ad “unire” divide il movimento creando tensioni, fraintendimenti, e non ultima repressione e siamo appena all’inizio…

I media annunciano in pompa magna l’arrivo dei robot. Staremo a vedere. Qual è il ruolo che la scienza gioca nel mondo dello sfruttamento però è chiaro da millenni. Come fermare questo mostro ora che minaccia di sconvolgere per sempre la vita su questo pianeta? Quale prospettiva dovrebbe ispirare l’agire dell’internazionale nei confronti degli scienziati? L’azione diretta individuale potrebbe essere accompagnata da esplosioni di massa, come in passato fu il movimento “luddista” (ad esempio da parte di gente che ce l’ha con i robot perché gli tolgono il lavoro o gli peggiorano i ritmi di schiavitù)? E come vedi movimenti “storici” come l’ELF, l’ALF e simili?

E’ vero, i media annunciano in pompa magna l’arrivo dei robot. E quando lo fanno quasi sempre legano questo fenomeno al pericolo della disoccupazione, qualche media più fantasioso si spinge oltre vedendo nell’avvento dei robot il superamento dell’umano, una dittatura delle macchine alla quale contrapporre un umanitarismo generico. Sono decenni che ci bombardano con il pericolo di una catastrofe ecologica imminente suggerendo nel migliore dei casi una tecnologia digeribile, ecologica e nel peggiore (agli ecologisti più “radicali”) la speranza in un collasso spontaneo del sistema. Perché i media lo fanno? Ci forniscono un’enorme mole di informazioni che ci conduce per mano a soluzioni fittizie, un “umanitarismo generico” che fa da contraltare ad un altrettanto generico concetto, quello di “popolo”, suggerendoci una supposta inevitabilità della catastrofe da cui solo il “destino”, un meteorite, una guerra nucleare, l’arrivo degli uomini verdi ci potrà salvare. In questo modo minano la nostra volontà convincendoci che il possibile sia impossibile. Lasciandoci solo due “alternative”, la falsa speranza in una tecnologia a misura d’uomo o la rassegnazione all’inevitabile nella falsa speranza che “dio”, il “destino” ci strappi dall’incubo. Cosa contrapporre a tutta questa merda? La coscienza piena delle nostre forze, la coscienza piena di chi sia il responsabile dello sfruttamento, delle guerre, della catastrofe prossima ventura. Una sola classe ha il controllo della società ipertecnologica. Una sola classe gode dei suoi benefici, agli altri spazzatura, briciole, sfruttamento. Non sono i robot i nostri nemici, ma coloro che li progettano, capitalismo e stati che finanziano questi progetti, uomini e donne in carne ed ossa. Sono sicuro di sfondare una porta aperta dicendo che è una contraddizione in termini una “società liberata” che usufruisca di una ipertecnologica. Bisogna avere il coraggio di rinunciare al “progresso”, bisogna avere il coraggio di opporsi armi in pugno giocandosi la vita per fermare questo processo autodistruttivo che non è affatto inevitabile. Solo lo sfruttamento sistematico di miliardi di donne e uomini può sostenere la modernità, non c’è “utopia” comunista di Stato che tenga. Questo almeno finché le redini saranno in mano a noi imperfetti umani, una volta che la classe dominante sarà costretta a delegare (cedere) il comando (di una “megamacchina” oramai troppo complessa da gestire) ad una “superintelligenza” allora si che ci aspetterà un “benessere virtuale” per tutti, un “benessere infernale” senza libertà alcuna che non auguro neanche al mio peggior nemico. Ma chiariamoci meglio, di cosa stiamo parlando: per quanto “fantascientifico” e fumoso possa sembrare stiamo parlando di una “rivoluzione” che se non fermata stravolgerà la vita di tutto il pianeta. Se il capitalismo è il figlio alienante e alienato della supremazia della tecnologia sulla scienza possiamo facilmente dedurre che il prodotto di questo rapporto è la “megamacchina” in cui oggi tutti viviamo immersi. Il passo successivo sarà la presa di coscienza di questa “megamacchina” attraverso l’A. I. (intelligenza artificiale). Andiamo per gradi, gli investimenti nel mondo sull’A. I. in questo momento sono consistenti e si moltiplicano di anno in anno. Nel 2016 l’Europa ha investito 3,2 miliardi di euro, si prevedono 20 miliardi di euro nel 2020. Gli Stati Uniti ne hanno già investiti 18 e se ne prevedono 37 nel 2020. 12 miliardi di euro in tutto il mondo nel 2017 unicamente per lo studio di algoritmi in grado di imparare dai propri errori, in maniera autonoma. In stadio avanzato la creazione di computer neuromorfici che invece di svolgere calcoli basati su codici binari (acceso – spento) usano processori che scambiano segnali come fanno i nostri neuroni. Raggiungendo velocità infinitamente maggiori e dimensione sempre più ridotte, e metodi di funzionamento sempre più “vicini” alla nostra mente. Le ricadute sul mercato se pur parziali ci sono già: – macchine a guida autonoma – medicina (analisi cartelle cliniche, radiografie, malattie, virus) – robotica (tutti i sistemi che gestiscono i robot) – automazione industriale – analisi e gestione di sistemi complessi come la viabilità di una metropoli – sistemi automatici di gestione – analisi e previsione dell’andamento delle borse – analisi e previsioni in campo meteorologico e agricolo – analisi di video e testi e immagini pubblicate online – gestione della logistica. Oggi a gestire questa “rivoluzione” un numero limitato di scienziati, tecnici super specializzati in altrettanti pochi centri sparsi per il mondo. Sono tutti alla portata di un’internazionale anarchica combattiva se pur limitata nelle forze. Le sue migliori armi? Volontà e determinazione, basterebbero queste due qualità per ricacciare indietro, rallentare questo “progresso” tecnologico che vogliono farci credere inarrestabile. Abbiamo ancora tempo a disposizione e spazio di manovra soprattutto perché il “sistema” non è ancora pienamente cosciente della svolta che sta per apprestarsi a compiere e gli investimenti per quanto ingenti sono appena agli inizi. E’ molto probabile che le burocrazie governative, le agenzie di intelligence abbiano una certa inettitudine, rigidità che impedirà loro di comprendere a pieno l’importanza di alcuni sviluppi che a noi esterni a queste logiche ed a certi specialismi potrebbe essere chiara. Diciamo che il nostro essere fuori e contro il sistema ci potrebbe consentire una maggiore visione d’insieme, una maggiore elasticità mentale. Gli ostacoli alla comprensione di una tale “rivoluzione” tecnologica, di una tale svolta potrebbero essere particolarmente forti per i governi, per gli stati ed i capitalisti.

Ma in cosa consisterebbe questa svolta, questa “rivoluzione” tecnologica? La rivoluzione agricola si è diffusa nel mondo in migliaia di anni, la rivoluzione industriale in centinaia, la rivoluzione informatica in qualche decennio ed avrà il suo apice, il suo “punto di non ritorno” con quella che tecnici e scienziati definiscono “esplosione d’intelligenza”. La “Human Brain Project” fondata nel 2005 spera di ricreare un cervello umano nel giro di 20 anni. Da quel momento si innescherà la cosiddetta “esplosione”, il passaggio da una intelligenza umana ad una super-intelligenza (sovra-umana). Gli scienziati sostengono che una volta raggiunte le capacità intellettive umane in brevissimo tempo (addirittura mesi) si innescherà l’esplosione di intelligenza che consisterà in una crescita esponenziale ed incontrollata delle capacità intellettive dell’A.I. Da quel momento il rischio di perdere le redini del nostro destino si farà altissimo, per la felicità dei transumanisti l’homo sapiens si trasformerà in qualcosa d’altro, qualcosa di oscuro, un aborto della natura, un cancro per questo pianeta più di quello che siamo già. Fortunatamente per noi gli scienziati per loro natura sono spesso troppo “ottimisti” nei tempi e “fantasiosi” nelle prospettive. Possiamo ben sperare nelle nostre capacità di contrastare se non invertire questo processo. Dipende da noi, dalla nostra lucidità, dalle forze che metteremo in gioco, dalle armi che metteremo in campo. L’importante credo sia non farsi prendere dal catastrofismo, che non ci rafforza ma ci porta alla rassegnazione dell’inevitabile. Per farci un’idea più precisa del salto tecnologico che la “modernità” attraverso la superintelligenza ci promette, proviamo a leggere un paio di definizioni che i tecnici danno di questa: «qualunque intelletto che superi di molto le prestazioni cognitive degli esseri umani in quasi tutti i domini di interesse», una macchina ultra intelligente, è «una macchina che può superare di gran lunga tutte le attività intellettuali di qualunque essere umano, per quanto intelligente». La super intelligenza secondo chi ci lavora sarà la panacea di tutti i mali, la lampada di Aladino che risolverà tutti i nostri problemi energetici, di inquinamento, economici, troverà la cura per tutte le malattie, addirittura ci promette se non l’immortalità, l’amortalità. Ma gli stessi scienziati e tecnici che delirano di questi progressi futuri (che, sia chiaro, per forza di cose andranno a “beneficio” della sola classe degli inclusi) ne sono terrorizzati e ne considerano l’avvento estremamente pericoloso, tanto da rendere risibili i pericoli dell’era atomica, di una guerra nucleare. Scienziati e tecnici che ancora lontanissimi da raggiungerla studiano con disperazione possibili trappole realtà virtuali in cui contenerla, ingannarla, ingabbiarla una volta raggiunta. Paure e speranze, la legge della scienza ci condanna al “progresso”, ad andare avanti costi quello che costi a scapito anche della nostra sopravvivenza come specie. Ma quale peggiore condanna per uno/a schiavo/a che un’amortalità che prolunga l’agonia di una vita senza libertà. Noi anarchici/e siamo sempre stati/e sensibili a queste “problematiche” perché niente di più in questi anni ha messo in discussione le nostre libertà quanto la “modernità”, la tecnologia. Negli anni non ci siamo certo limitati alle analisi sociologiche su tecnica e tecnologia. La parte di noi più propensa all’azione, quegli/lle anarchici/e che hanno messo in pratica l’azione diretta distruttiva attraverso l’informalità ed i gruppi di affinità hanno dispiegato un armamentario teorico e pratico sui punti sensibili e periferici da colpire, fibre ottiche, cavi elettrici, tralicci… La linea di tendenza è stata quella che dal centro bisognasse spostarsi alla periferia del sistema dove i controlli sono inferiori, dove le linee vitali se interrotte con mezzi riproducibili (fuoco, tronchesi…) potrebbero arrecare danni notevoli, ultimamente si parla molto di interrompere il flusso delle merci. Questa tendenza oggi prevalente tra gli insurrezionalisti deve (secondo me) la sua nascita alla contrapposizione dell’anarchismo d’azione al “lottarmatismo” BR della fine degli anni ’70 quando la parola “d’ordine” per gli/le anarchici/e divenne quella che lo Stato non aveva un cuore, un centro. Questo quando le BR sostenevano la necessità di colpire “il cuore dello Stato” nelle figure dei suoi uomini più significativi. Molti decenni sono passati, tutto è cambiato ma questa “formula” che aveva un senso forte all’epoca si è trasformata in un “mantra”, in un “dogma” che si è perpetuato uguale a se stesso, perdendo sempre più senso diventando foriero di ottusità, intransigenza, giustificazione per paure mai espresse. Questa metodologia, almeno per quanto riguarda il paese in cui mi trovo a vivere, si è ridotta ad un rifiuto (mai ammesso, ma di fatto praticato) di colpire le persone, i responsabili diretti delle nefandezze del sistema. Per molti/e anarchici/e esiste solo il “sabotaggio” e l’azione distruttiva (il colpire e distruggere le cose). L’esclusività di questa pratica è molto diffusa anche nell’ambiente “ecologista” con poche ma significative eccezioni, Kaczynski per dirne una. Questa propensione ad escludere azioni violente contro le persone la fanno loro (con qualche sporadica eccezione al loro interno) anche l’ALF e l’ELF. “Organizzazioni” queste che sono per altri motivi un esempio importante (perché concreto) di come ci si possa “organizzare” in maniera destrutturata. Come dicono alcuni/e compagni/e “l’organizzazione che non ha e non vuole organizzazione”. Indubbia, secondo me, la loro influenza sulla pratica della FAI-FRI, basti pensare al loro comunicare attraverso le azioni ed alle loro campagne internazionali. Spero avremo modo di parlarne approfonditamente più avanti… Qui in Italia in ambito anarchico in controtendenza negli ultimi anni solo alcune azioni della FAI. I tanto denigrati “pacchi bomba”, una pratica antica che per quanto se ne dica fa parte della “tradizione” anarchica. Basti pensare ai cosiddetti “galleanisti” in America o alle spedizioni di bauli esplosivi fatte dagli anarchici fuoriusciti in Francia durante il fascismo indirizzate ai maggiori quotidiani italiani, solo per dirne qualcuna. Come ho già detto in passato, lo stravolgimento della “storia”, l’epurazione di fatti scomodi non è una pratica esclusivamente stalinista, anche noi anarchici/e nel nostro piccolo la pratichiamo, spesso inconsapevolmente. Tu mi parli di movimento luddista, dagli/lle anarchici/e e non solo questo movimento troppo spesso viene presentato come esempio esclusivo della pratica del “sabotaggio”, cancellando una parte di quella storia poco digeribile per una certa visione dell’azione. Nell’armamentario dei luddisti vi era anche l’omicidio, non si limitavano alla sola distruzione dei telai. Nel 1812 William Horsfall, proprietario di una fabbrica tessile, fu sparato (ucciso) in un agguato, qualche giorno prima aveva promesso ad i suoi operai che avrebbe soffocato qualunque rivolta e che il sangue luddista sarebbe arrivato fino alla sua sella. Fu lui a soccombere, fu il suo sangue a scorrere. Per quel gesto di rivolta furono impiccati tre luddisti. Non fu un caso sporadico, quando leggiamo le giuste esaltazioni del luddismo non sentiamo quasi mai citare questo genere di azioni. Perché? Forse il “sabotaggio” è più sovversivo, più pericoloso per il sistema che l’eliminazione fisica di un padrone? Certo oggi comporta una reazione maggiore da parte del sistema, una maggiore repressione. Ma la “paura” non è mai una buona consigliera, ci fa perdere razionalità, il senso della realtà. Sono forse dovuti al senso di perdita della realtà i tomi e tomi, le infinite disquisizioni “sociologiche” che molti/e anarchici/e fanno sul termine “terrorismo”, e su quanto questa parola possa “isolarci” e sia il prodotto unico del potere. Il terrorismo è una pratica che gli/le anarchici/e (come quasi tutti i movimenti rivoluzionari e di popolo) hanno sempre utilizzato. Non mi stancherò mai di dirlo per quanto sconveniente e foriero di repressione possa essere, perché credo che l’onestà intellettuale e la coerenza siano legati a doppio filo, e per essere credibili e quindi efficaci nell’azione bisogna essere onesti con se stessi e con gli altri, e non ragionare secondo la convenienza immediata ma con la ragione in prospettiva. Il terrorismo inteso come pratica che sparge terrore nella classe dominante come fece Emile Henry, come fecero gli algerini colpendo i bar francesi (infiniti gli esempi), per quanto possa essere discutibile sul piano “morale” non ha mai isolato nessuno e la storia che c’ lo dice. Il terrorismo dal basso verso l’alto ha tutte le giustificazioni del mondo. Scusate se sono uscito fuori tema, ma certe cose per quanto scomode dovevo dirle. Passiamo alla prossima domanda…

(Pubblicato in “Vetriolo”, giornale anarchico, n. 2, autunno 2018)

 

Seconda parte

Analizzando la storia del movimento degli sfruttati, dei poveri, oppressi e proletari, vediamo che le idee anarchiche nascono, si nutrono e si sviluppano in questi contesti; d’altronde vengono da lì anche la maggior parte degli anarchici (ovviamente ci sono anche le eccezioni). Queste idee sono nate principalmente durante la nascita e la crescita del capitalismo industriale (indicativamente dagli inizi del 1800 fino agli anni ’70 del 1900), difatti fino a 40 anni fa le organizzazioni degli sfruttati e dei lavoratori sono principalmente di massa ed i gruppi anarchici (e gli individui che ne fanno parte) sono anche frutto di quell’epoca storica. Con l’avvento della ristrutturazione capitalistica degli anni ’80, a cui segue un drastico cambiamento del mondo del lavoro, anche l’agire e l’organizzazione anarchica subiscono delle modifiche; alle classiche organizzazioni di sintesi (o di massa) si contrappongono la strutture meno rigide basate sull’affinità e l’informalità. La nuova ristrutturazione tecnologica, basata principalmente sulla robotica porterà ovviamente ad altri drastici cambiamenti (disoccupazione di massa) e i nuovi proletari saranno probabilmente impiegati nello spostamento delle merci. In questo contesto, in cui aumenterà l’impoverimento dei proletari (oltre ovviamente allo sfruttamento di umani, animali e terra) e la ricchezza degli sfruttatori, ha ancora senso parlare di lotta di classe? Ci sono ancora i margini per poter coinvolgere –nella lotta per la distruzione di questa civiltà tecno-industriale – gli sfruttati, i proletari, gli esclusi? Si dovrebbero sperimentare o rinnovare forme di organizzazione di lotta?

Questa domanda parte da presupposti logici facendo dipendere il metodo organizzativo dalle condizioni esterne. Ma per noi anarchici/e non è tutto così semplice, lineare e logico perché non essendo dei “politici” nel nostro caso sono i “mezzi che giustificano i fini”, non viceversa. Di conseguenza se il capitalismo si “ristruttura” non deve cambiare il nostro modo di “organizzarci” perché è nei mezzi che usiamo che vive la nostra anarchia. La nostra fortuna è che la pratica anarchica dell’informalità e dei gruppi di affinità non è mai stata così aderente alla realtà quanto oggi. Paradossalmente non siamo stati noi ad adattarci alla realtà, è stata la realtà ad adattarsi a noi. La realtà ci è corsa incontro rendendo estremamente efficaci le nostre pratiche che col tempo sono diventate l’ideale per scardinare un sistema complesso e caotico come quello in cui siamo costretti oggi a sopravvivere. Solo una pratica semplice, estremamente riproducibile ed altrettanto caotica, sfuggente ed adattabile alla bisogna come l’”informalità ed i “gruppi di affinità” può riuscirci. Questi modi di “organizzarsi” non sono un adattamento alla “ristrutturazione capitalista” degli anni ’80: fin dai tempi di Cafiero e della sua “propaganda col fatto” essi sono sempre stati alla base dell’agire anarchico tanto da caratterizzare le nostre stesse organizzazioni di sintesi. All’interno di ogni organizzazione di sintesi anarchica che si poneva in maniera rivoluzionaria vi erano infatti gruppi di affinità che agivano in maniera informale, spesso indicando la via da percorrere e rinfocolando l’azione.

E’ inoltre assurdo pensare che la lotta di classe sia finita, vi siamo immersi fino al collo ma a differenza di ieri l’imbarbarimento dovuto all’isolamento tecnologico (che ognuno di noi si porta dietro) ci priva della reale percezione del fenomeno nel suo complesso. Questo imbarbarimento comporta un ritorno a forme primordiali, selvagge (quindi più pure) di conflitto di classe. Le figure di mediazione “sindacati” e “partiti” sono saltate. Nella parte più “progredita” tecnologicamente del mondo il soggetto sociale che un tempo caratterizzava la classe degli oppressi, il “proletariato”, è stata sostituita da una classe indefinita e disperata che non ha alcuna coscienza di sé. Nel frattempo l’odio, la rabbia si sono accumulati saturando l’aria, rendendola irrespirabile e pronta ad esplodere alla prima scintilla della giusta intensità. Lo sa bene il potere che pur avendo in mano carte meno buone delle nostre le gioca al meglio alimentando conflitti tra poveri. Ma sono solo palliativi, solo per poco efficaci. I sindacati ed i partiti di sinistra non funzionano più. Il loro ruolo di pompieraggio è stato sostituito da armi di distrazione di massa come razzismi e patriottismi. Ma quanto potrà durare? La strategia di mettere poveri contro più poveri ha il fiato corto, il tempo contato. L’impoverimento generale dovuto all’ondata tecnologica ed alla conseguente disoccupazione disinnescherà razzismi e patriottismi, ma solo se giocheremo bene le nostre carte. Nel tempo necessario per riassestarci e per garantire a tutti redditi di cittadinanza (reali e non truffaldini come quelli dei 5 stelle) il sistema sarà esposto pressoché inerme ai nostri attacchi. In quel lasso di tempo l’odio raggiungerà il suo culmine e forse sarà la volta buona che in questo disgraziato paese la rabbia verrà indirizzata verso i reali responsabili della miseria: Stato e padroni.

Inoltre l’impazzimento popolare per il sovranismo sta indebolendo la democrazia parlamentare minandola dalle fondamenta. Questa sorta di “populismo” produce spinte contrastanti e irrazionali difficili da gestire per gli stessi che le hanno scatenate. Oggi la possibilità che la nostra azione possa aprire una breccia si fa reale. Bisogna avere idee chiare, convinzione e tenacia per far cambiare di campo l’odio, per aprire gli occhi agli sfruttati/e. Volontà e determinazione possono portare indietro l’orologio della storia, facendoci ricominciare da dove avevamo iniziato a perdere quelle due qualità insostituibili. Un secolo fa siamo stati sopraffatti dalla forza di un “comunismo” autoritario che ci ha avvelenato con i suoi frutti, “socialdemocrazia” e “dittatura del proletariato”, che con la loro brutalità portarono al tramonto il “mito” della rivoluzione sociale del “sol dell’avvenire” e dell’anarchia come concrete prospettive di liberazione totale. Abbiamo sostenuto nella nostra “modernità” di non aver bisogno di “miti” ma così abbiamo ucciso l’utopia, la più grande arma che avevamo per sovvertire questo mondo. Storicamente abbiamo puntato troppo sulla razionalità, sulla scienza trascurando gli istinti di rivolta, i sentimenti, le passioni alla base dell’umano.

Abbiamo perso di vista “la possibilità di farcela” e questo ci ha invigliacchiti a tal punto da non riconoscere per esempio la grandezza del gesto di un nostro fratello, Mikhail Zhlobitsky, che si è fatto saltare in aria nella sede del FSB di Arkhangelsk per vendicare i propri compagni e compagne torturati dagli sbirri russi. Un contributo incalcolabile alla lotta, che il cinismo di un certo anarchismo con superiorità bolla come martirio, culto del sacrificio. Ma ciò non impedirà che la propaganda col fatto di questo giovanissimo compagno acquisti oggi il valore fondante di una anarchia vitale, pronta a giocarsi tutto pur di liberare questo mondo. Le cose stanno cambiando velocemente, gli anarchici si stanno risvegliando dal loro torpore. Stiamo assistendo in ambito anarchico a fenomeni impensabili fino a pochi anni fa, ad esempio la diffusione del comunismo anarchico in un paese come il Bangladesh dove il protagonismo della classe operaia rimane forte. (Per inciso è prematuro parlare della fine della classe operaia, ancora per molto nel sud del mondo la manodopera umana sarà più economica rispetto a quella dei robot). Assistiamo al passaggio dai tragici fallimenti del comunismo di Stato alle belle speranze del comunismo anarchico. Una parte importante di un intero popolo, quello curdo, sembrerebbe aver adottato una sorta di “socialismo libertario”, ecologista e femminista.

Più vicina alla mia visione della pratica anarchica la tendenza informale agisce “organizzandosi” in mezzo mondo attraverso campagne internazionali indette da gruppi di affinità, colpendo a macchia di leopardo in maniera caotica e nichilista. L’aria è satura di elettricità, questa tensione si avverte persino in questa cella. Convinto, come sono, che stiamo andando inesorabilmente incontro ad una “tempesta perfetta”, non possiamo permetterci di mettere da parte alcuna ipotesi di lotta. Tanto meno possiamo rinunciare alla violenza in tutte le sue sfumature e gradazioni. Siamo relativamente pochi, il tempo a nostra disposizione è limitato, dobbiamo solo giocarci bene le nostre carte e mettere da parte falsi moralismi e titubanze. Se vogliamo avere almeno una possibilità dobbiamo farci portatori di una visione più aperta, non sprecare energie preziose calpestandoci i piedi a vicenda.

Mi chiedi se si dovrebbero sperimentare o rinnovare forme di organizzazione di lotta, sarebbe più che sufficiente se ognuno mettesse in pratica con convinzione, tenacia, coerenza la propria progettualità. Che sia in una prospettiva sociale o antisociale o attraverso l’organizzazione informale o specifica di sintesi o individualmente l’unica discriminante dal mio punto di vista per non farsi strumento dei riformisti è la violenza insurrezionale. Bisogna iniziare subito, adesso a praticarla, ognuno secondo l’intensità necessaria per la propria progettualità. Una strategia che non include lo scontro diretto, armato col potere è destinata al recupero, al fallimento, alla sconfitta. Questo recupero ha molti nomi e giustificazioni: “gradualismo”, “postanarchismo”, ultimamente Negri e Hardt ne hanno sfornato un altro teorizzando un “riformismo antagonista”. Le solite sirene che giustificano le nostre paure, che alimentano la nostra rassegnazione, facendo un gran servizio al potere. Alla luce della mia prospettiva “violentista” ti dico che per evitare qualunque forma di recupero basterebbe agire da anarchici/e. Sono infinite le nefandezze che gridano vendetta, bisogna dimostrare con l’azione che il re è nudo, che il padrone può e deve sanguinare. In compagnia o da soli colpire e mirare bene. Se il nostro discorso vuole farsi “sovversione sociale” è necessario tornare ad essere “riconoscibili” e “credibili”:

La “riconoscibilità” può essere ottenuta attraverso la rischiosa, chiara e diretta pratica delle azioni rivendicate, con o senza acronimi. Oppure da quelle azioni anonime che sono immediatamente riconoscibili per gli obiettivi che vanno a colpire o per il modus operandi dell’azione stessa. Altrettanto chiaro e diretto può essere lo spezzone anarchico di un corteo che si scontra col servizio d’ordine, un blocco, una barricata in fiamme che porta la guerriglia nella metropoli. Un’A cerchiata disegnata al fianco di una caserma in fiamme parla chiaramente tanto quanto una rivendicazione. Se il nostro fine è quello della “sovversione sociale” diventa prioritario comunicare con gli altri/e oppressi/e, che tutti e tutte capiscano chi siamo e cosa vogliamo. I nostri mezzi di comunicazione, periodici, libri, siti… non bastano. Hanno un senso forte nell’approfondimento, nel miglioramento della nostra visione della realtà, nel rafforzamento dell’analisi, nella conoscenza e di conseguenza nello sviluppo delle nostre pratiche, ma non riescono ad intaccare la cortina di silenzio che il potere erige a difesa della “democrazia totalitaria”. Un silenzio, quello della democrazia, fatto di un rumore assordante di infinite opinioni che si annullano a vicenda. Solo le azioni distruttive riescono a far breccia in quel chiacchiericcio ed attraverso di esse le nostre parole acquistano un valore reale riuscendo ad arrivare con forza e concretezza. La televisione, i giornali, le radio, i siti sono costretti a parlarne facendo arrivare forte e chiaro il nostro messaggio anche a chi non si è mai sognato di mettere in discussione l’esistente. Stiamo parlando di fatti e parole che arrivano a milioni di donne e uomini. Non è assurdo pensare che qualcuno/a di loro possa in questo modo prendere coscienza e farsi nostro/a complice. Basterebbe quello per darci una possibilità in più.

La “credibilità” è invece data dalla coerenza tra pensiero e azione. Per chi si accosta a noi deve essere chiara la nostra estraneità a leader, gerarchie e sessismi di sorta. Chi si avvicina alle nostre pratiche deve sapere con certezza che mai scenderemo a compromessi col potere e che nessuno sarà lasciato da solo ad affrontare la repressione. La “credibilità” di conquista anche attraverso il coraggio e la coerenza che dimostriamo individualmente quando le cose si mettono male. Una volta arrestati, a costo di rimanere isolati e schiacciati da una repressione implacabile, non cedere di un passo. Ma soprattutto consiste nella fiducia che ci guadagniamo sul campo. Chi si unisce agli anarchici/e deve avere la certezza che non tradiremo mai la parola data e che costi quello che costi raggiungeremo gli obiettivi che ci siamo dati o soccomberemo nel farlo.

La “riconoscibilità” e la “credibilità” ci costeranno lacrime e sangue e si potranno raggiungere unicamente attraverso una tenacia disperata. Chi si riempie la bocca di “guerra sociale” deve necessariamente prenderne atto e prepararsi alla guerra. Solo così per “tappe” successive torneremo ad essere “fiumana, miriade, schiera, marea”. E’ arrivato il momento di far rinascere “l’anarchia vendicatrice”, di tornare a far paura. Per quanto sembri difficile bisogna riuscire a far convivere la suggestione del “mito” con la riflessione della “progettualità”. Solo così la “rivoluzione” tornerà ad essere una prospettiva reale per milioni di sfruttati/e perdendo la sua connotazione di “attesa dei tempi maturi” che me la rende oggi una parola vuota, nemica. Attraverso la rivolta individuale ognuno di noi, in gruppo o da soli, una passo alla volta, un attacco alla volta ridaremo nuova vita all’idea di rivoluzione restituendogli un senso concreto, anarchico.

Gli anarchici sono storicamente “intervenuti nel sociale”, come si direbbe oggi, con idee chiare e azioni necessariamente violente, in diversi ambiti e contesti. Da sempre nella storia hanno creato timore, terrore e preoccupazione sia alle classi privilegiate che ad ogni autorità, governo o istituzione e naturalmente anche a tutte quelle componenti politiche rivoluzionarie autoritarie. Oggi, parimenti al livello di violenza che il capitalismo mette in atto nella guerra permanente e nella società tecno-industriale, la risposta di ribellione dovrebbe essere certamente maggiore di quanto sia. Però, se da una parte troviamo a livello sociale lotte cittadiniste che partono già con un certo tipo di orientamento politico ed anche frange dell’antagonismo che pongono in essere logiche di recupero del conflitto sociale, come ad esempio: la candidatura politica, la contrattazione istituzionale, la regolarizzazione (casa occupate), derive autoritarie, scioperi pacifici, fornendo un buon cuscinetto sponda sul quale il sistema può contare di appoggiare; dall’altra parte esiste anche un movimento di opposizione radicale e di solidarietà vivo, nonostante negli ultimi anni ci sia stato un declino ed una riduzione della conflittualità anche da parte degli anarchici. Quello che preoccupa di più, e da cui nessuno è esente, è la condizione di smarrimento ed impreparazione che ritorna nonostante momenti e opportunità interessanti di alcuni contesti di lotta. Espressioni come “intervento nel sociale”, o “lotta reale”, sono diventati giochi di semantica, parole atte talvolta a giustificare una politica da associazionismo laico, alternativo, fra i tanti. Non dovrebbe essere secondo te di interesse degli anarchici, dei rivoluzionari, portare e spingere ad un auspicabile livello di scontro e conflitto con lo Stato, contro la proprietà privata, con mezzi e pratiche violente, invece di cercare salvagenti strategico-politici di mediazione con la società civile legalitaria ed istituzionale?

Non posso che darti ragione e rispondere di “sì” alla tua domanda. Mi spingo oltre dicendoti che il primo muro che troviamo a difesa del sistema sono proprio queste logiche di recupero, questi “…salvagenti strategico-politici di mediazione” come li chiami tu. Accettare queste logiche proprio adesso che questo muro si sta incrinando è più che mai suicida e nonostante tutto, ancora oggi, in questo periodo di crisi sistemica, troppi “anarchici/e e rivoluzionari/e” cadono nella trappola senza neanche accorgersene. Ogni volta che evitiamo lo scontro di piazza perché nell’assemblea si è deciso un corteo “comunicativo”. Ogni volta che durante il picchetto di uno sciopero si sottostà alle decisioni prese dai rappresentanti di “base” evitando lo scontro violento “suicida” con gli sbirri. Ogni volta che per mantenere la propria casa occupata o “centro sociale” si media andando verso la pacificazione, questo muro si rafforza. Alla base di questo rafforzamento il continuo rimandare lo scontro violento e armato col sistema. Bisognerebbe trovare il coraggio di mettersi contro la maggioranza dei nostri stessi compagni/e assumendoci la responsabilità di alzare il livello dello scontro. Solo l’irruenza rabbiosa dell’iniziativa individuale scavalcando la “razionalità” delle assemblee può darci questa forza, sconfiggendo titubanze e paure. Ma la forza ed il coraggio non bastano, bisogna anche avere una certa lucidità. Nonostante le opportunità che i tempi ci regalano non riusciamo ad approfittare delle occasioni che ci si presentano davanti. I nostri sforzi vanno dispersi, siamo in prima linea in ogni conflitto, scontro di piazza, in molti casi siamo noi con la nostra decisione e iniziativa a rafforzare i “movimenti”, ma poi i frutti vengono raccolti da altri. Il nostro messaggio appare offuscato, non riesce a spiccare il volo. E’ sempre più spesso la nostra azione a rendere visibili e rafforzare questi movimenti, ma poi? E’ come se mancasse qualcosa e quel qualcosa, dal mio punto di vista, sono le azioni armate che dovrebbero in maniera lucida e puntuale affiancarsi, anche in tempi e spazi diversi, alle varie lotte, dando maggiore respiro al nostro messaggio, alla nostra lotta in strada.

Mi tocca ora fare chiarezza su un punto fondamentale per me. Io non metto su piani qualitativamente diversi la lotta fieramente individuale, “nichilista” per capirci, “anti-sociale”, fine a se stessa, del “colpire perché è semplice e bello e giusto scontrarsi con il potere” e quella rivoluzionaria di “sovversione sociale”. Questo perché ambedue queste prospettive sono di fatto profondamente “anti-sociali”, ambedue queste prospettive devono per forza di cose scontrarsi con la “società”. Il nostro conflitto con il “sistema” è sempre contro la “civiltà” perché questa è nata a difesa e intorno al sistema stesso, ne è parte integrante. Di conseguenza la nostra lotta non può che essere contro questa “società”, forgiata a difesa di una “civiltà” che ci sta portando sull’orlo dell’abisso.

Noi anarchici/e dobbiamo aprire contraddizioni, creare conflitti. Possiamo dire che siamo nati per questo, siamo nati per opporci in maniera disperata alla “mostrificazione” dell’umanità. Al contrario di quello che sostenevano i situazionisti il “valore” oggi risiede nella “distruzione” e non come loro sostenevano nella “rivolta che sarà trasformata in progetto”. Non abbiamo niente da costruire, non saremo noi e probabilmente neanche i/le nostri/e figli/e ad edificare la società liberata, dobbiamo accontentarci di “tendere” verso questa. La volontà di distruzione deve bastare a se stessa, non deve farsi creatrice. Questo “nichilismo” sarà la nostra forza, il nostro unico “progetto”. Dovrebbe consistere nel come organizzarsi o non organizzarsi per apportare il maggior numero di danni possibile. Mi dirai che oggi il mondo è pieno di volontà di distruzione, guerre, conflitti, violenze ma sono tutte creatrici di “nuovo” ordine, rafforzano il “sistema”. Le nostre “violenze”, le nostre “guerriglie”, il nostro “terrorismo” per intensità a confronto sono risibili ma per quanto possano sembrare insignificanti ci regalano non in prospettiva ma subito nel concreto la soddisfazione di due bisogni irrinunciabili per l’essere umano: libertà e felicità. Debord diceva che bisogna “fare il disordine senza amarlo”, io penso invece che bisogna amarlo, amarlo profondamente. Noi anarchici/e questo “disordine” ce lo portiamo dentro. Per noi non dovrebbe essere un’amara medicina da trangugiare velocemente ma un dolce miele da assaporare con lentezza e piacere. In questo piacere c’è la morte del “martire”, del “sacrificio”. Martirio e sacrificio di cui stupidamente vaniamo accusati ogni volta uno di noi viene imprigionato o ucciso. Per me non cambierebbe nulla se la situazione non fosse (come oggi secondo me è) propensa all’azione, ricettiva ad accogliere il nostro intervento. Agirei comunque nello stesso modo, continuando a colpire senza esitazione perché è nella nostra natura lottare qualunque sia la situazione sociale in cui ci troviamo a vivere. Detto ciò, è assurdo pensare che la nostra azione (anche se individuale o “slegata” dalla situazione sociale) non influenzi la società in cui siamo comunque immersi. Nel nostro “ignorare” o “andare oltre” la situazione sociale non risiede il rifiuto della realtà, perché noi siamo il prodotto della realtà. L’utopia anarchica è il fine “ultimo” che gli oppressi si sono dati, l’espressione “massima” della loro lotta al capitalismo. Un obbiettivo da raggiungere subito da parte degli anarchici, un fine da “raggiungere” in un “futuro lontano” da parte dei comunisti. L’anarchia è stata la speranza che ha sostenuto gli oppressi nella loro lotta sanguinosa al capitalismo. Le nostre idee sono il frutto del rifiuto del capitalismo da parte del proletariato, non sono filosofia astratta ma il prodotto di una classe che voleva “rivoltare” il mondo. Poi le cose col tempo si sono complicate… la posta in gioco è aumentata, l’ingordigia e la sete di potere di una classe oggi mettono in pericolo la sopravvivenza stessa della vita sul pianeta. Dobbiamo oggi prendere atto che il “capitalismo” sta mettendo in pericolo la vita di tutti, ormai è una questione di vita o di morte. Il “capitalismo” tra le altre cose è il sistema di assoggettamento attraverso il quale la “megamacchina” si nutre. Solo la sua efficienza attraverso lo sfruttamento di miliardi di donne e uomini può nutrire la tecnologia fino al grande “salto” allo “svezzamento” quando lo stesso “capitalismo” non avrà più necessità d’essere perché l’umanità non sarà più il motore di niente e verrà o “mostrificata” (diventerà altra da sé) o semplicemente verrà estinta. Già ora è molto importante cominciare a ragionare come se il sistema “tecno-industriale” fosse un unico organismo vivente perché la sua complessità è tutta indirizzata ad un unico obiettivo: la ricerca di risorse per espandersi, per evolversi. Gli esseri umani che gli hanno dato vita (scienziati, tecnici, fisici…) gli hanno trasmesso le leggi stesse della vita, di ogni vita: la sopravvivenza ad ogni costo e la ricerca di spazi vitali, nutrimento, energia; come ogni organizzazione complessa questo sistema tende a sopravvivere a se stesso, a dominare e inglobare tutto ciò che lo circonda. Bisogna abbattere il “capitalismo” in tutte le sue versioni in modo che il nutrimento non possa più alimentare questa “macchina” infernale di sfruttamento e oppressione, prima che ci uccida, prima che arrivi a “svezzarsi”, che si affranchi dall’umano. Bisogna che tutto crolli se vogliamo avere un futuro degno di questo nome.

Tornando a noi, tu mi parlavi di “lotta reale” e “intervento nel sociale” che sono diventate parole sempre più spesso giustificatrici della mediazione. Secondo me questi due concetti hanno cominciato a perdere di consistenza quando da un punto di vista “razionale” abbiamo cominciato a dividere il “movimento reale” (la lotta degli oppressi) dal movimento specifico anarchico (gli/le anarchici/e). Da quel momento, il solo esserci posti questa distinzione, ha fatto di noi “altra cosa”; per assurdo questa nostra “logicità” ci ha fatti diventare “avanguardia”, ci ha privati di senso di concretezza spingendoci ad inseguire un’astrazione, il “popolo”. L’ossessione di non fare il passo più lungo della gamba, di non essere compresi (seguiti) dalla “gente”, ci ha trattenuto e paradossalmente ci ha trasformati in un minuscola “minoranza agente”, di fatto in una sfigata avanguardia. Quale rivoltoso si pone il problema di non essere seguito dagli altri? Agisce nel modo che più in quel momento gli aggrada spinto dalla giustezza della sua azione, dalla rabbia, dalla passione. Prende atto del pericolo che in quel momento corre, si fa i suoi calcoli, ma certo non si pone il problema della comprensione da parte del “popolo”. Si sente popolo, è popolo. Noi anarchici/e dobbiamo semplicemente agire nello stesso modo, non veniamo dalla Luna, siamo oppressi come gli altri, non dobbiamo trattenerci ma correre in avanti, farci trascinare dalla rabbia, dalla passione, non centellinare i passi. Non serve renderci invisibili, mimetizzarci tra la “gente”, non ci rende più “popolo” ma ci indebolisce permettendo a qualunque forza per quanto reazionaria di recuperare le istanze di rivolta. Dobbiamo parlare con l’esempio a tutti e tutte come anarchici/e con sincerità ed onestà. La “politica” con le sue strategie di compromesso e le sue furberie ci tarpa le ali e rimanda la “rivoluzione”. Faccio un esempio concreto. La rivolta in Francia dei “gilet gialli”. Gli/le anarchici/e dovrebbero rendere evidente, come in parte hanno fatto, il loro essere in prima linea negli scontri di piazza, per esempio attraverso scritte sui muri delle vetrine sfondate o dei ministeri colpiti, ma poi spingersi oltre affiancando alla lotta di strada attacchi mirati a persone e strutture del governo ed a fascisti e recuperatori che dicono di sostenere quel movimento. Ci troviamo davanti ad un rapporto morboso: da una parte, un movimento anarchico che pur non volendo e proprio per questo si fa “avanguardia” e, dall’altra, il “movimento reale” (la rivolta degli oppressi). Bisogna superare questa dicotomia, ogni volta che il movimento reale e il movimento anarchico si sono coesi tutto è diventato possibile. Ogni volta che la “rivoluzione” si è fatta anarchica il mito, la passione, il coraggio, la fascinazione hanno avuto il sopravvento. Vorrà pure dire qualcosa? Ogni nuova idea si impone sulla realtà attraverso la fascinazione, il mito. Possiamo rifiutarli togliendoci delle possibilità, ma non possiamo sostituirle con la fredda razionalità ed il cinismo della “politica” di chi non ha mai voglia di lanciare il proprio cuore oltre l’ostacolo. La paura ossessiva che noi anarchici/e abbiamo di diventare “avanguardia” spesso nasconde la paura di prenderci le nostre responsabilità, di giocarci la vita. Io rimango comunque ottimista perché sono convinto che l’anarchia ha molto più a che fare con l’alchimia che con la scienza essendo sopratutto istinto, passione, fascinazione, mito e amore per la libertà.

(Pubblicato in “Vetriolo”, giornale anarchico, n. 3, inverno 2019)

(it) Odio i politicanti

Odio i politicanti

«Il solo espropriatore italo-americano su cui la letteratura anarchica
non ha nulla da dire è Cesare Stami, anarchico individualista selvaggio…»
Nunzio Pernicone
Carlo Tresca and the Sacco-Vanzetti Case

La prima volta che ci siamo imbattuti nella sua ombra è stato oltre una decina di anni fa. Per caso, per puro caso. Eravamo in una biblioteca anarchica e stavamo sfogliando una vecchia rivista, di quelle ingiallite dal tempo, pubblicata alla fine degli anni 20 da individualisti italiani emigrati negli Stati Uniti.
A un tratto l’occhio ci è caduto su un articolo commemorativo in cui si rendeva omaggio ad un anarchico italiano sepolto e dimenticato da tutti. Oltre a venire descritto come un uomo pieno di virtù e di vizi, dal pensiero provocatorio e iconoclasta, insofferente ad ogni morale (compresa quella cara a certi anarchici), veniva anche ricordato per essere stato un temibile fuorilegge, ammazzato alcuni anni prima in un agguato dalla polizia. Ecco perché, sospirava l’autore del testo, «la tacita congiura del silenzio e dell’oblio si è fatta attorno al suo nome».
Il suo nome era Cesare Stami.
Abbiamo sgranato gli occhi. Chi?! Cesare Stami? Mai sentito nominare! Da allora, ogni qual volta ne abbiamo avuto il tempo e l’occasione, ci siamo lanciati all’inseguimento della sua ombra nel tentativo di raggiungerla ed afferrarla, con la speranza di riuscire infine a vedere da vicino il suo vero volto. E più andavamo avanti con le nostre ricerche, più rimanevamo colpiti da quanto scoprivamo. Le poche informazioni sul suo conto presenti negli archivi di Stato, tutte antecedenti la sua partenza per gli Stati Uniti, in un certo senso contrastano con le poche informazioni ricavabili dai due soli omaggi postumi che gli vennero dedicati (il necrologio pubblicato alla sua morte su L’Adunata dei Refrattari e quello che aveva destato la nostra curiosità, apparso quattro anni dopo su Eresie).
Le tracce che Stami aveva lasciato dietro di sé erano scarse, confuse, contraddittorie, e svanivano tutte nel nulla. Anzi, peggio, portavano dritte in mezzo a vere e proprie tenebre, laddove la ragionevolezza consiglia di non addentrarsi. Ogni pista che seguivamo sbatteva contro un muro, composto da una sorta di oblio frammisto a sospetto e rancore, che circondava il suo nome.
Ne risultava che nessuno volesse davvero saperne di Cesare Stami, eroe per pochi, mostro per molti. La sua stessa morte ha un che di misterioso, tenuto conto che il governo italiano continuò per decenni a chiedere informazioni sul suo conto, sul suo possibile nascondiglio, come se egli non fosse affatto morto nell’imboscata tesa dalla polizia a lui ed ai suoi compagni, ma si fosse in qualche modo salvato. Sembra quasi la scena di un film, con il fuorilegge ferito che sparisce tra i flutti del fiume, viene dato per morto anche dai suoi amici, e invece… Invece eccolo lì, il suo giornale maledetto, La Rivolta degli Angeli, uscire con un ultimo numero due anni dopo la tragedia per ricordare i compagni caduti e far udire la voce sibillina dell’ombra.
Ma se Stami era morto in quel conflitto a fuoco nel maggio 1924, perché il governo italiano insisteva a cercarlo? Come è possibile che un paio di anni dopo, il 13 gennaio 1926, il prefetto di Ferrara avesse comunicato al ministero dell’Interno che Stami dimorava ancora a New York? E cosa pensare di quel dispaccio n. 955 del Consolato generale d’Italia di New York, datato 16 marzo 1934, in cui il console Crossardi riportava: «dagli accertamenti effettuati non è risultato che il nominato Stami Cesare sia qui deceduto durante l’anno 1924 e che tutte le indagini effettuate per cercare di ottenere qualche notizia sul suo conto hanno avuto finora esito negativo. Sembra che in questi ambienti anarchici nessuno si ricordi di lui»?
Svanito per sempre, con grande sollievo per tutti. Perché mai?
Di Cesare Stami si sa dunque molto poco. Si sa per certo che nacque a Ferrara nell’aprile del 1884, ma già sul giorno della nascita ci sono versioni contrastanti: il 25 o il 15? Abbandonato alla nascita, non si conoscono i suoi genitori (i quali si erano sbarazzati in fretta e furia del frutto del peccato). Non avendo nessuna vera famiglia, era cresciuto sulla strada dove acquisì «l’irrequietezza, la mobilità e l’agilità, lo spirito sarcastico che tutto scavalca con uno sberleffo o con una ghignata beffeggiatrice». Senza un’istruzione, era un semianalfabeta andato a scuola a malapena fino alla terza elementare. Ma la sua mancanza di cultura, come vedremo, non avrebbe costituito da parte sua motivo di rancore verso gli «intellettuali», quanto piuttosto una sfida continua con se stesso.
Privo di ogni affetto familiare, privo di istruzione, senza santi né padrini, trascorse la sua adolescenza con «solo la compagnia della miseria, della fame, della disperazione tetra. Sul solco aspramente lavorato covava il rancore di mille generazioni del rigagnolo, come lui nate dalla strada, abbandonate alla deriva, vilipese ed oltraggiate».
Bestia da soma predestinata, Stami era costretto a passare da un lavoro di fatica all’altro. Ma, essendo insofferente al basto, si dimostrava «poco assiduo al lavoro» nonché sobillatore.
Il 15 luglio 1904 viene condannato dal Tribunale di Ferrara a 25 giorni di detenzione per «attentato alla libertà del lavoro»: è la sua prima condanna. Quello stesso anno, ormai ventenne, viene preteso dall’esercito per svolgere il servizio di leva e spedito a Padova.
Ovviamente la disciplina militare non fa per lui e, a detta del compilatore questurino di turno, Stami «si fece vedere colà con molta assiduità frequentare i peggiori sovversivi».
Finisce sotto processo, perché compare in una fotografia che ritrae dei giovani socialisti antimilitaristi con la bandiera rossa spiegata in mano, mentre altri in divisa da soldato sono ritratti nell’atto di spezzare le armi e schiacciare i kepì. Per questo sfregio arrecato all’onore dell’esercito, Stami viene internato nella famigerata Compagnia di Disciplina di Peschiera, teatro di abusi ed orrori, da cui sarà liberato nel novembre 1907. È sotto le armi che impara a fatica a leggere e a scrivere, uno sforzo grazie al quale «la sua istintiva rivolta assunse consapevolezza e ragione di vita».
La prefettura di Padova riferisce che Stami è «un convinto e fanatico sovversivo non soltanto capace di fare propaganda, ma anche di ricorrere all’azione».
La sua intolleranza per ogni ordine, il suo odio per le uniformi, il suo disprezzo per le leggi e le morali, tutte queste sue caratteristiche lo potevano portare in un sola direzione: l’anarchismo, nella sua manifestazione più individualista.
«Ribelle nato, reietto e legato alla sorte degli umili, cercò e strinse amicizia coi libertari e divenne anarchico. Da qui la sua passione di libertà acquista coscienza e prosegue dritta nella via maestra della ribellione», riporta l’unico necrologio redatto alla sua scomparsa, quello dell’Adunata dei Refrattari.
Il suo nome sulla stampa anarchica appare per la prima volta nell’aprile 1908, sulla Protesta Umana di Milano, dove firma una violentissima lettera contro le Compagnie di Disciplina ed il militarismo. Nel 1910, dopo essersi trasferito a Milano, la testa calda che gli sbirri descrivono «privo di educazione e cultura… non collabora alla redazione di giornali mancando di capacità e così non è in grado di tenere conferenze», diventa gerente di un paio di periodici anarchici individualisti — prima del settimanale La Rivolta, poi della rivista Sciarpa nera — venendo più volte incriminato per alcuni articoli pubblicati.
A fine settembre, Stami lascia il suo domicilio di Pontelagoscuro diretto verso Milano, dove è richiesta la sua presenza al processo che lo vede imputato in qualità di responsabile editoriale. Ma, non potendo respirare la libertà all’interno di un tribunale, Stami allunga il suo viaggio, varca la frontiera e va a Marsiglia (dove viene subito segnalato come elemento «pericoloso»).
La giustizia italiana procede il suo corso e il 15 ottobre Stami viene condannato a sei mesi di detenzione e 75 lire di multa per apologia di reato (e il 18 novembre la Procura di Milano spicca un mandato di arresto nei suoi confronti). Il 4 febbraio 1911 un altro processo per apologia di reato si conclude con una nuova condanna: un anno di reclusione e 490 lire di multa (e il 18 marzo scatta un nuovo mandato di cattura). Sebbene ad aprile dello stesso anno un’amnistia faccia cadere le pendenze a suo carico, Stami rimane in Francia, dove conduce una vita randagia, fra mille difficoltà. A Marsiglia è ospite dell’anarchico pisano Raffaele Nerucci — il cui ristorante funge da punto di riferimento per tutti i fuoriusciti libertari italiani — con cui i rapporti diventeranno tesissimi. La miseria continua a contraddistinguere i suoi giorni, e per sopravvivere è costretto a fare i lavori più faticosi.
Sorpreso dal controllore del treno senza biglietto e fatto scendere ad Avignone, non riuscirà ad arrivare a Parigi all’appuntamento fissato con Pietro Bruzzi (l’anarchico sospettato di aver partecipato all’attentato al Diana, poi fucilato dai nazisti in quanto partigiano).
Il 30 agosto, a Marsiglia, gli informatori della polizia segnalano una vera e propria rissa tra bande di anarchici. Da una parte ci sono Cesare Stami, Adelmo Sardini e Alfredo Cancellieri; dall’altra Raffaele Nerucci, Mugnai e Bendinelli. L’aria è diventata irrespirabile, Stami lascia la Francia e rientra in Italia. Prima viene ricoverato a Genova in ospedale, poi a dicembre viene arrestato a Ronco Scrivia sul treno, nuovamente senza biglietto. Ritorna a vivere a Pontelagoscuro e la polizia continua a tenerlo sotto controllo, ma in modo meno serrato.
Stami lavora (nel settembre 1912 viene assunto da uno zuccherificio a Bondano come capofacchino), legge la stampa anarchica, frequenta sovversivi, ma non partecipa alla vita di movimento.
Nel bollente 1914 il periodo di quiete finisce. Prima viene segnalato per propaganda astensionista, poi perché, nel corso di una riunione chiusa indetta nello zuccherificio dove lavora, Stami esorta — in caso di sciopero — a compiere atti di sabotaggio che siano inesorabili e tali da fiaccare la resistenza padronale. L’11 giugno, nel bel mezzo della Settimana Rossa, viene denunciato a Pontelagoscuro per aver tenuto un comizio non autorizzato. Quattro giorni dopo invita gli operai dello zuccherificio ad una riunione, al fine di spronarli a scioperare. Il direttore dello stabilimento, venutone a conoscenza, minaccia gli operai e li ammonisce che chiuderà la fabbrica piuttosto che farlo entrare.
Il risultato è che gli operai ripudiano lo stesso Stami, il quale a fine giugno viene licenziato in tronco per scarso attaccamento al lavoro.
Lascia di nuovo il paese e torna in Francia, dove interviene in riunioni e conferenze per scagliarsi contro la borghesia e la guerra. Nel mese di novembre rientra in Italia, sempre sprovvisto di mezzi. Subisce una nuova condanna a 5 mesi di detenzione, questa volta per «istigazione a delinquere».
Nel 1915, sempre a Pontelagoscuro, trova lavoro ancora come facchino in un altro zuccherificio. Il Primo maggio fa uscire un numero unico intitolato Il Demolitore (non reperito). Nell’estate di quell’anno lascia per sempre l’Italia, probabilmente per sottrarsi all’arruolamento. Prima va in Svizzera, poi raggiunge Parigi. A fine agosto dell’anno successivo, il 1916, Stami si allontana da Parigi (dove lascia la sua compagna Rosa Bertolini) diretto a Bordeaux, per salpare in compagnia di Mario Maroncelli verso l’America.
Le tracce di Cesare Stami fiutate dai cani da caccia della polizia italiana si fermano là, su quel molo di Bordeaux. Degli otto anni che gli resteranno da vivere si sa poco, ma si può immaginare molto. E ciò che stupisce maggiormente è che il Cesare Stami che sbarca dall’altra parte dell’oceano, e fa capolino sulla stampa anarchica, appare assai diverso da quello descritto dalle italiche veline poliziesche. L’anarchico che solo un anno prima, a detta delle confidenze degli informatori, ha visto fallire il suo progetto di pubblicare un giornale per mancanza di collaborazione («essendo analfabeta la sua proposta non è stata presa sul serio»), negli ultimi mesi del 1916, fra settembre e dicembre, prende più volte la parola in comizi, tiene affollate conferenze e diventa redattore di una rivista. Non solo, ma diverrà anche un temibile rapinatore di banche assieme ad alcuni suoi compagni.
Sembra inverosimile, eppure è così. Il 30 settembre Stami partecipa, a New York, al Grande Comizio Internazionale per le vittime della reazione in America. Nella stessa città, il 15 ottobre, tiene una conferenza su “Gli anarchici e lo sciopero generale”. Il 25 ottobre prende parte ad un altro pubblico comizio di protesta, indetto dalla Federazione Anarchica Internazionale. Da New York si sposta nel Connecticut per altre due conferenze. L’11 novembre è a Bridgeport, dove parla sul tema “La guerra e le sue conseguenze” nel locale Circolo di Studi Sociali. Di questa conferenza rimane una testimonianza, che apparirà sul successivo numero di Cronaca Sovversiva, e che vale la pena riportare:
«Assisté un pubblico numerosissimo di lavoratori che il compagno nostro con parola vibrante e sincera riuscì ad interessare dal principio alla fine, cogliendo occasione per evocare i nostri martiri coperti dal disprezzo delle folle per le quali si sacrificarono incitandole con l’esempio alla riscossa. Frustò poi con una critica fine ed imparziale, uomini e partiti che dal ciclone guerresco si lasciarono travolgere. Cesare Stami è un operaio autentico, quasi deformato dal lavoro sfibrante, ma la sua conferenza semplice ed assennata, piena di sano entusiasmo, ha lasciato nei presenti una profonda impressione. Noi confidiamo che tale simpatia non abbia a svanire».
Il giorno dopo, il 12 novembre, Stami è a New Haven a commemorare i martiri di Chicago al Dreamland Theatre. Rientrato a New York, il 29 novembre tiene una conferenza sul tema “La schiavitù della donna di fronte all’attuale legge sociale” nei locali del gruppo Bresci.
Chissà, forse è proprio in virtù di questa «profonda impressione» e «simpatia» che Stami riusciva subito a riscuotere fra i compagni, che il suo nominativo figurava come distributore a cui richiedere il nuovo periodico anarchico lanciato l’1 dicembre 1916, quel L’Uomo Nuovo al cui interno si può leggere che «l’ignoranza è la massima e la peggiore delle povertà».
Il nome di Stami non figurerà mai all’interno dei due numeri della rivista, dove invece si possono incontrare un paio di pseudonimi che ritorneranno alcuni anni dopo su La Rivolta degli Angeli.
Egli firma invece alcuni testi apparsi su Cronaca Sovversiva, il settimanale di Luigi Galleani, con cui collaborerà fino alla fine e da alcuni di questi articoli si intuisce che era al centro di polemiche con altri anarchici. Non sappiamo se anche lui sia stato coinvolto nelle indagini degli agenti federali contro i collaboratori di Cronaca Sovversiva, se anche su di lui pendesse la minaccia della deportazione o cos’altro. Ciò che sappiamo di certo è che smise di usare il suo cognome e che proprio lui avrebbe dato vita a L’Adunata dei Refrattari, il giornale che prese il posto del settimanale di Galleani e che uscì per mezzo secolo. Infatti, in un articolo apparso il 23 aprile 1932, Costantino Zonchello dedica un articolo (a firma: “Gli iniziatori primi”) ai primi dieci anni di esistenza dell’Adunata in cui svela chi fu promotore del settimanale: «Chi avrebbe pensato il 17 aprile del 1922, nel lanciare il primo numero della pubblicazione, che l’Adunata avrebbe vissuto vegeta e rigogliosa per dieci anni? Non certo quell’anima dannata di Cesare Stami, che ad una opera buona di propaganda scocciava il prossimo circostante e rivoltava mezzo mondo e non dava pace a nessuno sino a che il suo proposito generoso non si traduceva in realtà».
Stami scriveva sull’Adunata usando lo pseudonimo di Cesare Protesta, ma la sua collaborazione sarebbe durata ben poco poiché i rapporti con la redazione del giornale si erano presto fatti tesi. Un anno dopo, Stami avrebbe pubblicato il primo numero di un giornale dal cipiglio davvero sfrontato. Il suo titolo era La Rivolta degli Angeli ed era il “Giornale degl’anormali” che «esce quando piace a noi», il cui gerente responsabile era «la ghenga del fil di ferro», avvertiva i «signori lettori che noi si scrive prima di tutto come ci fa comodo, e in secondo luogo come ci riesce, noi non siamo né maestri, né filosofastri», e precisava di poter contare su «un fondo permanente di 3000 dollari».
Va da sé che molti testi erano polemici nei confronti di tutti, dai redattori dell’Adunata al solito Carlo Tresca. Quanto al motivo di tanto furore, rimane più o meno sconosciuto. Ma facilmente ipotizzabile. Sarebbe semplice e comodo attribuire tutto al carattere provocatore di Stami, alla sua mancanza di tatto, ma temiamo che il vero movente sia un altro, assai meno personale e ben più delicato: il caso Sacco e Vanzetti. È infatti a questo unico proposito che il nome di Stami viene ricordato con imbarazzo dagli storici che si sono occupati degli anarchici italiani di quegli anni. Paul Avrich, nel suo saggio Sacco and Vanzetti’s Revenge, riporta un incontro tenutosi a Springfield nel 1924 in cui la figura chiave «fu Cesare Stami, un ultramilitante che partecipava ad attività illegali. Pubblicava un periodico clandestino chiamato La Rivolta degli Angeli (come il titolo di un libro di Anatole France). Il sottotitolo del periodico di Stami era “Giornale degli Anormali”. Oltre alla pubblicazione del periodico, Stami e la sua banda di espropriatori fecero rapine in Pennsylvania, Ohio e West Virginia, così come in una banca di Detroit. Ora egli domandava 5.000 dollari per liberare Sacco e Vanzetti (informazione data all’autore da un anarchico che era presente all’incontro). Ma il gruppo di Springfield non aveva il denaro, e l’accordo saltò. L’anno successivo Stami rapinò un treno in Pennsylvania che stava trasportando un carico d’oro. Ma uno dei suoi scagnozzi si rivelò essere un informatore ed avvertì la polizia. Il treno venne circondato da poliziotti e Stami venne ucciso in una sparatoria, assieme a molti suoi uomini».
L’anarchico che diede una simile informazione ad Avrich era Bartolomeo Provo, la cui testimonianza originale compare in Anarchist Voices: An Oral History of Anarchism in America: «Uno o due anni dopo ci fu un incontro a Springfield per discutere della liberazione di Sacco e Vanzetti. L’idea era di liberarli mentre erano sul treno che li portava dalla prigione al tribunale, quando erano sorvegliati solo da due ispettori. Cesare Stami e la sua banda erano presenti. Volevano cinquemila dollari per fare il lavoro. Avrebbero dovuto farlo, sai, ma noi non avevamo i cinquemila dollari. Stami era coinvolto in molte rapine. Non si sarebbe fermato davanti a niente. Aveva rapinato una banca a Detroit — i suoi uomini sparavano dappertutto. Questo accadde verso il 1924. Più tardi quell’anno rapinarono un treno in Pennsylvania che stava trasportando un carico d’oro. Ma uno degli uomini era un informatore e avvisò la polizia. Il treno venne circondato da ispettori e Stami venne ucciso con altri tre o quattro. Me lo hanno detto ad Old Forge, una città mineraria ad est della Pennsylvania dove viveva e lavorava un certo numero di Galleanisti. Io non sono mai stato d’accordo con quei metodi. Loro dicevano “siamo sfruttati, quindi riprendiamo”, ma la maggior parte di ciò che rubavano era per se stessi e non per l’Ideale».
Se fosse vero quanto riportato da Provo, si capirebbe bene il motivo per cui il nome di Stami è stato sepolto e dimenticato per sempre dagli anarchici. Chiedere soldi per far evadere due compagni condannati a morte? Sarebbe una vera e propria infamia. Ma avendo letto gli articoli su Sacco e Vanzetti apparsi su La Rivolta degli Angeli, ci permettiamo di non credere affatto a una simile testimonianza — poco importa se frutto di ricordi confusi dal tempo o di un rancore ancora vivo — e di ritenere le parole di Provo del tutto inattendibili (d’altronde, a suo dire, Vanzetti avrebbe commesso un attentato fallito a causa di un cane che aveva spento la miccia della bomba urinandoci sopra, rivelazione che l’anarchico piemontese avrebbe fatto a lui solo!?!).
In realtà era proprio Stami a reclamare l’azione diretta audace ed energica per liberare Sacco e Vanzetti, fustigando in più di un’occasione quegli anarchici che si affidavano agli avvocati e alle petizioni. Inoltre, perché mai avrebbe dovuto pretendere del denaro, lui che in quel periodo non ne era certo privo, per fare ciò che sosteneva a voce alta fosse necessario? Quanto al fatto che egli allungasse le mani sulle casseforti delle banche solo per arricchirsi, non è certo ciò che veniva sostenuto all’epoca e pubblicamente — e non confidato decenni dopo ad uno storico — sia da L’Adunata dei Refrattari («Bandito; non per sé. Troppo aveva provato l’afflizione della miseria e lo stimolo del bisogno, perché non ne capisse i roncigliamenti convulsi negli altri. Dove passò lasciò tra le famiglie proletarie bisognose, qualunque il credo e la passione, un coro di benedizioni per l’uomo che toglieva al satrapo avido ed avaro per ridare alla gente umile del lavoro») che da Eresie («Stami, il quale ebbe alle calcagna la polizia di parecchi stati, che ad ogni suo atto d’espropriazione si vedeva descritto con negli occhi un’espressione di ferocia sgominatrice, delle molte decine di migliaia di dollari sottratti all’ingordigia di Creso non abbia mai ritenuto per sé più che il necessario per tentare l’altro colpo e della sua opera d’impenitente bandito la sua famiglia sia quella che meno ne abbia beneficiato, mentre in quanti l’avvicinavano era noto il coro di benedizioni che si elevavano al suo indirizzo»).
Due anni dopo la sua morte sarebbe uscito un ultimo numero di La Rivolta degli Angeli, datato 19 maggio 1926, verosimilmente a cura di Angiolina Algeri: «usciamo ancora una volta per ricordare con passione coloro che furono obliati da tutti, per poi morire senza più resuscitare. Era nostro dovere sorgere ancora una volta perché il nostro spirito irrequieto non poteva starsene in pace… ci sono rimaste troppe cose da dire… troppe osservazioni da fare… quindi squarciamo il velo dell’aldilà e ripigliamo la penna per agitarla come pare e piace a noi, e con questo numero unico diamo a Cesare quel che è di Cesare».
Tra le cose da dire, anche un ultimo omaggio a «Cesare Protesta, Gianni, Terzo, Gabriele, Zara… furono ignoti, sbucati dall’ignoto e scaraventati con violenza nell’ignoto. Vissero giorno per giorno col frutto della loro audacia. La loro vita fu un succedersi di burrasche che li squassarono. Vissero le loro idee come dei passionali e la loro passione scavò solchi profondi e sanguinosi sul loro scabroso cammino. Furono un pugno di reprobi in eterna rivolta pagando col sangue e la vita».
Negli anni 50 Ugo Fedeli descriverà così Stami ed i suoi ultimi anni trascorsi negli Stati Uniti: «Temperamento esuberante, trovò impossibile adattarsi alla clandestinità, a cui le leggi anti-anarchiche del periodo bellico condannavano i militanti, accettò la guerra che lo stato dichiarava senza tregua e in questa cadde combattendo, dopo alcuni anni di esistenza illegale».
Nonostante le nostre ricerche, rese difficili dalla mancanza di indizi più precisi, non siamo riusciti a trovare altro sul conto di Cesare Stami e dei suoi compagni, di cui abbiamo qui raccolto alcuni testi. Che gli amanti delle grandi analisi, dei pensieri profondi e dello stile impeccabile ne stiano alla larga. Nelle pagine che seguono non troveranno nulla di tutto ciò. Ma solo l’urlo di disperazione e rabbia di un vero dannato della terra alla conquista della sua individualità, a dispetto di tutto e tutti.

Cesare Stami
ODIO I POLITICANTI
pp. 104, 5 euro
(3 euro dalle 5 copie)
Gratis
www.gratisedizioni.org

per richieste:
trrivio[at]gmail.com
grotesk[at]libero.it

[Tratto da finimondo.org].

È uscito il numero 3 del giornale anarchico “Vetriolo”

Vetriolo – Giornale anarchico – Numero 3 – Inverno 2019

i-e-italia-e-uscito-il-numero-3-del-giornale-anarc-1.jpgQuesto numero è la quarta uscita di “Vetriolo”. Quattro numeri, per una pubblicazione come questa, non sono certo pochi. Un giornale che, piuttosto che accumulare e rinforzare certezze, crediamo abbia cercato di corroderle e farle crollare, ponendo nuovi dubbi e alimentando antichi interrogativi. Non certo per il puro gusto della retorica o della polemica, ma perché pensiamo che di “nodi da sciogliere” ve ne sono sempre parecchi. Allo stesso tempo riteniamo occorra riflettere ed analizzare, un difficile lavoro che certamente non è opposto alla corrosiva demolizione di certezze, ma che, anzi, vi è complementare. In queste riflessioni ed analisi abbiamo sempre affermato che la realtà non è un enigma incomprensibile, a differenza di quanto sostenuto da coloro che vorrebbero imporci la loro desistenza. Così, anche in questo numero si è tentato di analizzare la realtà odierna e, in particolare, lo si è voluto fare proponendo anche alcune ipotesi, oltre a proseguire con le riflessioni e le analisi che hanno contraddistinto i precedenti numeri sia attraverso articoli teorici più o meno estesi che di agitazione e d’attualità. Al lettore le proprie considerazioni. Ribadiamo e ricordiamo, ancora, che questo giornale non è né un asettico prodotto intellettuale né un contenitore di opinioni o di pareri. Proprio perché non intende chiudersi entro facili risposte, strillare soluzioni pronte all’uso o brandire tesi precostituite, si tratta di uno strumento che può implicare un vivo coinvolgimento con le idee in esso affermate, e questo lo auspichiamo sempre.

Sommario:

– L’Idea indicibile
– Azione… e reazione
– L’assalto con l’asta. Un incontro sportivo tra lotte e repressione
– Quale internazionale? Intervista e dialogo con Alfredo Cospito dal carcere di Ferrara. Seconda parte
– La punta dell’iceberg
– A Marco
– Degenerazioni. Tra orgoglio e vittimismo di genere
– Pensieri e parole. A proposito del karaoke su Battisti
– Nazionalismoduepuntozero. Dodici ipotesi su robotica, crisi della globalizzazione e «ritorno» dello Stato-nazione
– Libia: guerra per procura tra Italia e Francia
– La fine dell’insurrezionalismo?
– La morte dello Stato
– I grandi editori
– Una storia sinistra. Terza parte (1962-1982)

Per richieste di copie e contatti fare riferimento alla seguente e-mail: vetriolo[at]autistici.org

Una copia: 2 euro. Per la distribuzione, a partire da almeno cinque copie: 1 euro e 50 cent. a copia. Spese di spedizione in Italia: 1 euro e 30 cent. (fino a due kg). Gratis per le persone prigioniere. Sono ancora disponibili copie dei numeri 0, 1 e 2.

E’ stato pubblicato il numero 2 di “Negazine”

Negazine 2

Il secondo numero di una rivista come questa è, per noi, un gran successo. Non solo siamo contenti, il che sarebbe ovvio, ma siamo anche un poco meravigliati. Non ci facevamo illusioni e non ce ne facciamo neanche adesso. L’elenco delle questioni a noi incomprensibili, contenuto nell’articolo “E ora?” permane ancora valido, anche se abbiamo, qui, cercato di dare alcune risposte. Non che queste risposte non siano, in se stesse, soddisfacenti, è che man mano che avanzavamo nella stesura di esse ci accorgevamo che aprivano altri dubbi, ancora più complessi e numerosi delle risposte che riuscivano a dare alle questioni in gioco.

Prezzo di copertina 5.00 euro
Sconto del 40% per i distributori
2.00 euro spese postali

e-mail: edizionianarchismo@gmail.com

Edizioni Anarchismo

[Tratto da anarhija.info].